Berlusconi-Fini, primo mattone del partito unico

Il vicepremier sulle elezioni: «Dobbiamo vincere, insensato pensare al pareggio»

Fabrizio de Feo

da Roma

Una battuta per l’odio che infiamma le banlieue e sul possibile effetto-domino della rivolta transalpina. «I moti parigini? Una cosa simile da noi non succederà mai». Ma soprattutto una ferma difesa della ex Cirielli, la legge che taglia i tempi di prescrizione, e una sonante manifestazione di stima nei confronti di Cesare Previti, l’imputato che da questo provvedimento potrebbe essere beneficiato o penalizzato, a seconda degli emendamenti che correderanno il testo.
«Continuo a pensare che la ex-Cirielli sia una legge giusta e che sia un’infamia sostenere che si tratta di una legge a favore di una sola persona» dice Silvio Berlusconi, uscendo da Palazzo Wedekind. «Definire questa legge “salva-Previti” è una menzogna, soprattutto dopo che le accuse della signora Ariosto si sono dimostrate infondate. L’onorevole Previti è un bravo padre di famiglia e un professionista onorato».
Quella sulla ex Cirielli è, però, soltanto una parentesi in un pomeriggio in cui l’attenzione è tutta concentrata sul partito unitario e sulla firma che il premier, insieme a Gianfranco Fini, Carlo Giovanardi e tanti altri esponenti della Cdl appone sul Manifesto dei valori del partito unitario del centrodestra. La cerimonia è organizzata da Ferdinando Adornato, paziente tessitore e principale architetto della Casa comune dei moderati, che non fa mistero di puntare a risultati concreti già nel 2006. «Chiedo la sottoscrizione di un patto che fissi scadenze precise per la costituzione di un gruppo parlamentare unico fin dal primo giorno della nuova legislatura» propone il presidente della Commissione Cultura.
Quello di Adornato appare come il tentativo di bruciare i ponti e scacciare via lo spettro di una retromarcia sul partito unitario, dopo la modifica della legge elettorale in senso proporzionale. Una sorta di «indietro non si torna» che Silvio Berlusconi accoglie con entusiasmo. «Raccolgo l’invito a procedere alla fusione dei gruppi subito dopo le prossime elezioni. Il Manifesto del partito unitario è la fotografia del lavoro fatto in questi anni, un lavoro a cui saremo capaci di dare un seguito perché è qualcosa in cui crediamo profondamente». Chiuso il capitolo del partito unitario lo sguardo del premier si sposta sulla prospettiva elettorale. «Sono assolutamente, assolutamente, assolutamente convinto che tutte le persone di buon senso non possono consegnare il Paese a una sinistra che non è in grado di esprimere un programma e una sola posizione comune. È un’evidenza che balza agli occhi ogni giorno e che l’ingresso dei Radicali evidenzia ulteriormente. Considerate anche le piccole formazioni siamo in perfetta parità. La sinistra al 48%, noi al 48%. Ma non è ancora iniziata la campagna elettorale. Non preoccupatevi: avremo molte cose da dire».
Sulla «disunione» dell’Unione torna anche Gianfranco Fini. «Il Manifesto dei valori è un biglietto da visita per dimostrare che la nostra capacità di governare deriva da un patrimonio di valori condivisi. Io conosco bene la differenza tra un uomo politico e uno statista e Prodi ha dimostrato di non essere uno statista con il suo tentativo di unire ciò che non può essere unito» fa notare il vicepremier. «Tutti sanno che il centrosinistra, anche se dovesse vincere, non sarà in grado di governare. Se così sarà non possiamo ipotizzare altre soluzioni che non siano la via maestra delle elezioni. Voglio dirlo con chiarezza: non si può partire pensando al pareggio perché la squadra che punta al pareggio dimostra solo di temere la sconfitta. Piuttosto facciamo appello all’intelligenza degli italiani affinché facciano vincere il centrodestra».