Berlusconi ha solo un torto: dire la verità

Si potrebbe obiettare che un presidente del Consiglio resta tale anche nelle ore piccole e anche quand’esce da casa per prendere una boccata d'aria. E che dunque debba in ogni circostanza misurare le parole, non dare confidenza e tenere un atteggiamento grave e solenne. Da questo punto di vista Silvio Berlusconi avrebbe dunque sbagliato, mercoledì notte e sul marciapiedi di via (...)
(...) del Plebiscito, a esprimere così fuori dai denti il proprio pensiero sulla magistratura e sull’accanimento giudiziario nei suoi confronti.
Non è così. Da tempo la politica ha archiviato etichetta, liturgie e ipocrisie che per lustri l’inamidarono rendendola una faccenda elitaria, esclusiva quando non proprio esoterica. Oggi la politica parla alla gente con il linguaggio della gente che può anche non essere forbito e corretto, ma è lo stesso che autorizza un onorevole rappresentante del Parlamento, Antonio Di Pietro, ad affermare - senza che i commessi gli infilassero la camicia di forza - che Silvio Berlusconi è uno «stupratore della democrazia» e che la sua azione di governo è «criminalità allo stato puro», espressioni al cui confronto le parole di Berlusconi sembrano pronunciate da un seminarista.
L’isterica reazione della sinistra più o meno democratica alla informale chiacchierata notturna di Silvio Berlusconi non può dunque riferirsi all'inopportunità o alla asprezza del linguaggio. Né alla gravità delle accuse. Ma dalla circostanza che così espresse, senza cioè l’azione filtrante ed emulsionante del politichese, quelle parole arrivano dirette al cittadino. «Un macigno pesa sul sistema democratico» vale più di cento interventi, di cento minuetti verbali sulle pretese di parte della magistratura di porsi al di sopra del potere legislativo ed esecutivo. E questo la sinistra lo sa.
Come sa bene che andando all'osso della questione Mills, anche il cittadino più a digiuno di codici e pandette sente puzza lontano un miglio di inguacchio a danno del Cavaliere. Una «storia», l’ha, con linguaggio domestico, definita Berlusconi. La «storia» che il pm De Pasquale si è «inventato» per far sì che il processo non arrivi in prescrizione. Dapprima la premessa, di una evidenza lapalissiana: «Il reato di corruzione si compie quando il corruttore dà i soldi al corrotto». Quindi, la storia: «Per De Pasquale no: si è inventato che c’è il reato di corruzione soltanto quando il corrotto comincia a spendere i soldi ricevuti. Per cui se il corrotto è uno che risparmia, il reato non è stato consumato...».
Ora si può avere un bel dire che tutta la gerarchia giudiziaria ha avallato la tesi di De Pasquale, ma nessuno potrà togliere dalla testa del cittadino che quella «storia» non regge, non sta né in cielo né in terra e che dunque è stata «inventata» per fottere il presidente del Consiglio. E siamo al «macigno che pesa sul sistema democratico». E siamo al: «E allora ditemi, in che mani è la sovranità del Paese?». Una lezione davvero magistrale di comunicazione politica, quella tenuta da Silvio Berlusconi sul marciapiedi di via del Plebiscito, altro che «l’ultimo inaccettabile colpo a salve di un uomo politico disperato» (parole dell’oscuro dipietrino Luigi Li Gotti, uno a caso).