Berlusconi ha svelato l’inganno delle riforme

Silvio Berlusconi, che pure ha la pazienza di Giobbe, ha detto basta. E ha rotto il giocattolo con il quale si è trastullata per mesi l’Unione. Alla quale adesso non resta che piangere. E non già per le riforme istituzionali, che almeno fino alla ventiquattresima ora ha sempre guardato con sospetto, ma per una legislatura ormai avviata, al pari del governo in carica, sul viale del tramonto. Così ha dichiarato che «con questa sinistra non si possono fare riforme insieme».
E non si è fatto pregare per spiegarne il motivo: «Non c’è spazio per accordi con la sinistra, perché questo farebbe scarrocciare in avanti la situazione di almeno due anni e questo non fa il bene dell’Italia».
I suoi avversari speravano che l’ex presidente del Consiglio abboccasse all’amo e dicesse sì a un sistema elettorale alla tedesca che ci avrebbe fatto regredire ai tempi della Prima Repubblica, quando i governi erano fatti dopo e non prima delle elezioni. Però Berlusconi, fondatore della Seconda Repubblica per aver realizzato il bipolarismo, ha detto picche con parole inequivocabili: «Ormai il bipolarismo è una cosa entrata nel costume degli italiani e quegli italiani che non votano per gli ex democristiani e i comunisti sono tanti, un popolo che vuole che tutti noi rimaniamo uniti». E ha aggiunto: «All’inizio di settembre chiameremo tutte le formazioni politiche del blocco liberale per una riscrittura del programma». Berlusconi avverte il «distacco profondo di una vastissima fascia di italiani nei confronti di questo governo» e si prepara alla sfida delle elezioni anticipate. Non stupisce che i primi esponenti a invitare Berlusconi a «ripensarci» siano stati il diessino Luciano Violante e il casiniano Rocco Buttiglione. Quest’ultimo è roso da una vita dal tarlo dell’antitesi. Quando sta di qua, guarda di là e viceversa. E dà la perenne impressione di non sapere lui stesso che diavolo vuole. E poi non è un mistero che il partito di Casini si batte per un sistema elettorale proporzionale alla tedesca con la speranza di essere domani l’ago della bilancia tra le due coalizioni contrapposte. E perciò è fieramente contrario a premi di maggioranza che lo costringerebbe nella gabbia di uno dei due poli in lizza.
Diverso è il discorso per Violante, che ha una concezione antropomorfica della politica: dove sta lui, là sta la centralità. Dopo aver perduto la presidenza della Camera e quella del gruppo della Quercia, ha ottenuto come premio di consolazione la presidenza della commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Così si è dato un gran da fare per collocare sul binario giusto la riforma costituzionale. Ha messo alla frusta la sua commissione, è riuscito a farle approvare un testo unificato nella seduta del 21 giugno e per tutto luglio non ha concesso un attimo di respiro ai suoi componenti. Poi i sogni di gloria hanno dovuto fare i conti con la pausa estiva. Ma è soprattutto alla commissione Affari costituzionali del Senato che il suo presidente, il margheritino Enzo Bianco, nella veste di relatore sulla riforma elettorale, ha tessuto la classica tela di Penelope. Solo il 4 luglio ha avanzato una mera ipotesi di bozza. E il 31 luglio si è ripromesso di presentare a settembre - campa cavallo - una proposta di testo unificato.
Insomma, l’Unione prende tempo per perderlo e consentire così al governo Prodi di tirare a campare anziché tirare le cuoia. Contro questo accanimento terapeutico è sceso in campo Berlusconi per annunciare che la ricreazione è finita e che, per il bene dell’Italia, va ridata al più presto la parola al popolo sovrano.
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