Berlusconi: «Italia tranquilla L’unico nodo era Unicredit»

«Il nostro sistema creditizio è solido, stiamo meglio degli altri. Ma gli aiuti di Stato non sono più un tabù»

nostro inviato a Parigi

Interventi? Poco più di quanto da noi si era già deciso. È soddisfatto, anche se non traspare da voce e volto, Berlusconi lasciando l’Eliseo a sera per volare a Washington dove l’attende George Bush. Il summit dell’Eurogruppo si chiude con la presa d’atto della necessità di interventi statali per il salvataggio delle banche. Ognuno farà per sé, secondo quanto riterrà opportuno e necessario, e naturalmente in modo coordinato con Bruxelles. Ma intanto passa un principio che il premier definisce «una novità storica»: «Gli aiuti di Stato - spiega davanti alle telecamere piazzate nel cortile della presidenza francese - che fino a ieri erano vietatissimi, da oggi divengono indispensabili affinché nessuna banca fallisca e i risparmiatori non possano perdere i loro soldi».
Il fatto che qualche governo debba versare quattrini nelle casse di istituti di credito mostratisi inadeguati o peggio, non lo tocca più di tanto: «Dopo che Unicredit ha ricapitalizzato per conto suo - annuncia della situazione italiana - non appaiono necessarie altre ricapitalizzazioni». Chissà: magari i giorni e le ore potrebbero individuare altre realtà a rischio, ma Berlusconi mostra di non crederlo, anche perché giudica un’altra volta «buona» la situazione italiana. «Noi - dice - siamo in una situazione francamente ottimale e comunque molto migliore rispetto ad altri paesi». È la teoria del braccino corto delle nostre banche, che almeno in questo frangente si è rivelato utile. Ed è anche la teoria del tessuto connettivo della produzione nel nostro paese: piccole e medie imprese che fanno prodotti «reali» e non si sono impelagate con i virtuali guadagni spacciati sul campo dalla finanza creativa.
Ma è proprio al consolidarsi della produzione che guarda il premier forse con un pizzico di preoccupazione.
Per la seconda volta in pochi giorni torna a ripetere di non capire la fuga dalla borsa. «Sono sicuro - osserva - che il mercato prima o poi rimetterà le cose al loro posto facendo risalire aziende che hanno perso fino a un terzo del proprio valore pur davanti a risultati importanti».
Ma per ora si resta in bilico, con la necessità «di separare l'economia reale dalla finanza».
E allora, ben venga intanto una delle decisioni assunte ieri: la sospensione della regola del mark to market per cui le aziende che possedevano beni mobili o immobiliari dovevano registrarli in bilancio al valore del momento (oggi a picco... ) piuttosto che al prezzo del loro acquisto.
É una delle misure assunte ieri dall'Eurogruppo, ma non è la sola. Berlusconi rende noto che si è convenuto che i singoli Stati introducano liquidità nelle banche, garantendo i risparmiatori, ma anche l'economia con un’ulteriore garanzia per i prestiti interbancari, oggi congelati. Parla di unanimità, il presidente del consiglio. Evita di rispondere a chi gli chiede se è vero che tanto Barroso quanto Trichet siano apparsi storcere la bocca davanti al fatto che molti governi a questo punto ridiventano proprietari degli istituti di credito, di fatto mettendo i due davanti all'ipotesi di possibili condizionamenti.
Fa capire poi nettamente che non esisteva altro modo di agire rispetto alla crisi che montava. E dice naturalmente di augurarsi che coi «provvedimenti assolutamente positivi adottati da questo vertice di Parigi, che mercoledì porteremo all'attenzione degli altri 12 soci della Ue che non fanno parte dell'Eurogruppo, perché anche loro prendano provvedimenti in consonanza» i mercati «possano prender atto» che si vuole entrare in campo con decisione. Con misure che «possano ridare fiducia agli investitori».
Tutto a posto, allora? Berlusconi evita giudizi tranchant. Si vedrà. Certo è che non vede possibili ribassi fiscali all'orizzonte. «Non se n'è parlato» replica a chi gli chiede se si fosse pensato ad un’ipotesi del genere per far decollare i consumi.
«E noi - aggiunge grave - abbiamo un impegno a ridurre il debito al di sotto del 100% del Pil entro il 2012…». Come a dire che sarà difficile in questa fase tornare a parlare di riduzione delle aliquote.