Berlusconi: l’America è un esempio da imitare

«L’uso della forza è lecito, ma solo nel caso di pericolo imminente che provenga da Paesi in possesso di armi di distruzione di massa»

nostro inviato a New York
In Italia è notte fonda quando Silvio Berlusconi, ritirato il premio della Intrepid Foundation, lascia Manhattan e gli Stati Uniti con destinazione Roma. La tre giorni americana del presidente del Consiglio, tra Washington e New York, si chiude nella ressa di sostenitori e giornalisti che per venti minuti buoni fanno letteralmente infuriare i Servizi di sicurezza statunitensi. Nonostante la confusione, però, il premier decide di godersi l’ultimo atto della sua visita negli Usa e, pure se spintoni e gomitate fanno oscillare più d’una volta lo sciame di persone che gli si fa intorno, ha un attimo per tutti. Per chi chiede un autografo, per chi vuole una foto e pure per qualche chiarimento sul suo discorso dal palco della portaerei Intrepid, che durante la Seconda guerra mondiale fu bombardata dai giapponesi e oggi è un museo galleggiante ormeggiato davanti a Manhattan. Ricevuta la «Medaglia della libertà», infatti, il premier indica sì gli Stati Uniti come modello di libertà da imitare («potremo vincere questa battaglia solo se faremo diventare tutto il mondo una nuova, grande, straordinaria America»), ma punta pure il dito verso quei «colleghi europei che ancora sono ciechi e sordi ad assumersi la responsabilità» di schierarsi a fianco degli Stati Uniti «nella lotta per difendere la libertà e la democrazia nel mondo». «Nei loro confronti - dice - cercherò di svolgere una forte, intensa e decisa azione politico-diplomatica». Berlusconi, però, fa anche nomi e cognomi, perché «dopo la guerra in Irak abbiamo visto che la Francia ha portato avanti... stavo dicendo una velleità, ma dico una politica di distacco dagli Stati Uniti». Una politica, secondo il premier, che ricorda quella di De Gaulle che nel ’63 «voleva costituire un nucleo duro di Paesi che trattassero direttamente con l’Unione Sovietica al di là dei rapporti con gli Usa». «Anche questo - aggiunge - era qualcosa di cui si sentiva la presenza in Europa, ma adesso credo di aver avuto ancora una volta ragione». Perché, spiega, «ho lavorato affinché non ci fossero divisioni e credo di esserci riuscito» visto che «anche Angela Merkel ha cambiato la posizione della Germania». Insomma, quella del premier è una durissima critica alla politica dell’Eliseo - definita «velleità» - che in molti, tra cui il New York Times, leggono come «uno schiaffo a malapena mascherato» a Jacques Chirac (che ha sempre «sostenuto la nozione di un “mondo bipolare” nel quale Ue e Stati Uniti agiscono come contrappesi») nonché una replica al braccio di ferro in corso tra Roma e Parigi sul fronte energetico dopo che il governo francese si è schierato decisamente contro il tentativo di Opa di Enel su Suez.
Dopo l’appello affinché non vi siano divisioni tra Europa e Usa, Berlusconi spiega che l’uso della forza è lecito nei confronti di Paesi in possesso di armi di distruzione di massa, ma solo come extrema ratio nel caso di «pericolo imminente di guerra atomica». In questo caso, dice, serve un «one shot» (un colpo solo). Parole che è difficile non leggere in chiave iraniana, visto che i delicati rapporti con l’Iran sono stati uno degli argomenti principali del colloquio con Bush. Sollecitato più volte, però, Berlusconi spiega che «non c’era alcun riferimento all’Iran» perché «penso che non costruirà armi di distruzione di massa». Poi torna sull’Irak e ribadisce che «gli americani hanno apprezzato la nostra posizione, scelta che abbiamo pagato anche in termini di vite umane». «Ma credo», spiega, che questo «abbia dei vantaggi assolutamente rilevanti per noi». «Questa politica - sottolinea - la facciamo anche per responsabilità come sesta economia del mondo, come democrazia consolidata che deve contribuire a sanare ciò che non va perché non possiamo lasciare questo compito solo all’America». E, aggiunge, «dal punto di vista economico abbiamo dei ritorni assolutamente rilevanti» se «pensate che continuiamo a espandere le nostre esportazioni negli Stati Uniti, l’anno scorso addirittura del 7 per cento».
Un attimo prima che cali il sipario sulla trasferta americana, il premier rende l’ultimo tributo agli Stati Uniti. E mettendo una mano sulla medaglia che ha al collo la dedica «ai soldati americani e italiani». «La sento come se fosse una corazza».