Berlusconi: l’avevo detto. Il governo è costretto a riferire in parlamento

Il Cavaliere: il filmato conferma le mie ragioni. Ma i voti all’estero non sono mai stati controllati. Di Pietro: accertamenti necessari

Roma - «Avevo ragione io. Questo video conferma quello che avevo sempre detto...». Il caso-Australia ha rafforzato le convinzioni del leader della Cdl, Silvio Berlusconi, che per primo ha avanzato dubbi sulla regolarità procedurale delle elezioni politiche dello scorso anno. «Non c’è nulla di cui stupirsi: centinaia di volte abbiamo denunciato episodi di questo tipo», ha ribadito il portavoce del presidente di Fi, Paolo Bonaiuti.
Ne consegue che il governo è sostanzialmente delegittimato. Dopo le rivelazioni di Repubblica.it sui presunti brogli di Sydney, la Cdl nel suo complesso ha iniziato il countdown per la fine dell’esecutivo Prodi. «L’esito delle elezioni è da riconsiderare. Nessuno può governare il Paese con il dubbio fondato della legittimità delle elezioni», ha commentato il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi. «Si deve andare dritti al voto, visto che l’attuale maggioranze è tale solo grazie al sostegno di senatori che senatori non sono», ha dichiarato il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli (Lega). Analogo il ragionamento del capogruppo alla Camera di An, Ignazio La Russa. «Il governo Prodi - ha sottolineato - perde anche quel poco di legittimità formale che derivava dall’esito ufficiale degli scrutini». Carlo Giovanardi (Udc) ha usato le stesse parole: «L’esigua maggioranza al Senato il governo l’ha raggiunta con i voti dei senatori eletti all’estero: Prodi prenda atto e tragga le conseguenze, rischia di produrre danni incalcolabili al nostro sistema democratico».
Ricontare, verificare, però, è un’impresa titanica. Come ha precisato il deputato azzurro Gregorio Fontana. I voti degli emigrati sono gli unici sui quali non sia stata effettuata la «quadratura» (la verifica di omogeneità tra aventi diritto, voti validi, schede nulle e bianche; ndr) perché alcuni verbali dei seggi esteri sono in bianco o incongruenti.
L’attacco frontale della Cdl ha prodotto crepe nella maggioranza che, almeno inizialmente, ha cercato di minimizzare. «Se qualcuno ha qualcosa da dire si rivolga alla magistratura», aveva glissato il sottosegretario con delega per gli italiani all’estero, Franco Danieli, che poi ha fatto sapere di essere pronto a riferire in un’audizione a Palazzo Madama. Incalzato dal capogruppo di An, Altero Matteoli, il presidente del Senato, Franco Marini, ha fatto presente che si sarebbe premurato «di fornire tutti gli elementi alla Giunta delle elezioni per consentire un approfondimento».
I diretti interessati, però, hanno scelto di difendersi con uno schieramento a testuggine. A partire dagli eletti nella circoscrizione Africa-Asia-Oceania, il senatore Nino Randazzo dei Dl (già direttore del Globo, testata del gruppo a cui fa capo Rete Italia, la radio di Paolo Rajo; ndr) e il deputato Marco Fedi (Ds). Che si sono rivolti a uno psicologo dell’Università di Utrecht per dimostrare che «l’intero filmato sembra un falso» in quanto molte schede non mostrano il segno della piegatura e sono perfettamente piatte, sembrano di dimensioni diverse dalle originali e una di esse viene inserita in una busta, fatto che non avrebbe senso. «Rajo poi mi aveva pure mandato una mail di congratulazioni quando sono stato eletto», dice Fedi al Giornale.
Anche la italo-venezuelana Mariza Bafile e Gino Bucchino, entrambi della Quercia ed entrambi vicini al patronato Inca-Cgil come Fedi, hanno preso le difese dei loro colleghi. «Il video - hanno detto - dimostrerebbe che le nostre comunità all’estero sono di un’ignoranza tale da non capire cosa stanno scrivendo», una rappresentazione da Pane e cioccolata, il film con Nino Manfredi sul degrado degli emigrati in Svizzera. Il ministro Antonio Di Pietro, invece, ha confermato la disponibilità «a un serio accertamento e controllo dei voti». In silenzio l’Udeur, il partito per cui si candidò Rajo.
A Luigi Casagrande (Fi), che perse per duemila voti la sfida con Randazzo, non resta che una piccola speranza. «Non sarebbe male svegliarsi con una telefonata dall’Italia che dice: “Il senatore sei tu”». Ma forse quella telefonata non arriverà mai.