Berlusconi: «Le leggi anti ebraiche ferita profonda alla nostra storia»

RomaUno squarcio, quelle leggi razziali del fascismo, uno sfregio «nella coscienza di un popolo», una «ferita» che si è aperta nel 1938 e che settant’anni dopo è «ancora» profondamente sanguinante e sentita «non solo nella comunità ebraica ma nell’intera società italiana». Nella Giornata della memoria e nel bel mezzo della polemica sul negazionismo innescata dalle parole del vescovo Williamson, Silvio Berlusconi usa parole dure, «inequivocabili» perché, spiega, «nessuno deve dimenticare mai certe cose e infatti nutriremo il ricordo della Shoah con celebrazioni e iniziative per insegnare a tutti il valore della pace e della convivenza tra i popoli».
È su questa traccia, dice il premier, «che è nata la nostra Carta costituzionale con la quale sono state delineate le basi di una democrazia che non consente che siano mai più violati i diritti e la dignità dei cittadini». Le leggi etniche, «una delle pagine più buie della nostra storia» sostiene il Cavaliere, hanno spezzato un legame storico: «Come dimenticare la partecipazione degli ebrei al Risorgimento alla costruzione dell’Italia unita, alla difesa della patria durante la Grande guerra?». Bisogna ricordare, quindi, perché si sappia «a quale punto di aberrazione può arrivare l’odio dell’uomo contro l’uomo: insegnanti e studenti devono fare tesoro di questa ricorrenza».
Al Quirinale il sessantaquattresimo anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz viene celebrato alla presenza di tutte le autorità repubblicane. Giorgio Napolitano consegna medaglie a reduci e riconoscimenti a studenti, poi avverte: attenzione a «non confondere» le critiche a Israele con l’antisemitismo. «Il giorno della memoria - dice infatti il capo dello Stato - giunge dopo settimane drammatiche. A tattiche terroristiche senza scrupoli che hanno a lungo colpito il territorio di Israele e messo a rischio la popolazione di Gaza, è seguita un’azione di guerra sulla cui portata non è mancata la discussione». Tuttavia, puntualizza, «è proprio in questi frangenti che deve farsi più forte la vigilanza ed esprimersi la reazione contro il virus dell’antisemitismo, contro l’insorgere di nuove speculazioni e di campagne aggressive contro gli ebrei e lo Stato di Israele». Insomma: si può «discutere sulle scelte politiche, non si può «mettere in discussione il diritto all’esistenza e alla sicurezza israeliana».
E cerimonie come queste servono sempre, dice Gianni Letta. Non è solo retorica. «Come sempre in Italia una ricorrenza simile si presta a polemiche e discussioni. Qualcuno pensa che siano troppe, invece è giusto ripeterle nel tempo, per dare sostanza e continuità alla memoria e all’impegno legato al ricordo». E per consentire, aggiunge Renato Schifani, «anche alle giovani generazioni di non dimenticare la tragedia dei campi di concentramento e di sterminio». Quanto al vescovo lefebvriano, dice il presidente del Senato, «sono parole che rifiuto e che dovrebbe rifiutare la storia».
Mariastella Gelmini cita Giorgio Perlasca, Dante Sala, Carlo Angela e «i tanti italiani che seppero rappresentare l’anima vera del nostro Paese». L’Italia, secondo il ministro dell’Istruzione, «non è mai stata razzista». Tanto meno oggi, come testimonia «l’incredibile partecipazione della scuole alle iniziative promosse per ricordare la Shoah: sono stati più di 1.700 gli istituti che ci hanno spedito i loro lavori».
Walter Veltroni «si associa» alle parole di Fini e Schifani: «Vorrei che mai nessuno, vestito o tonaca che indossi, arrivasse a negare ciò che non può essere negato, le camere a gas e lo sterminio di milioni di persone». E Fabrizio Cicchitto vuole «ribadire l’orrore per la barbarie nazista». Per Angelino Alfano «purtroppo l’antisemitismo trova sempre nuovi alibi, tra i quali quanto sta accadendo in Medio Oriente». Massimo D’Alema considera «un grave errore confondere le critiche a Israele con l’olocausto». Mentre Roberto Gattegna, Ucoi, invita a lasciare le celebrazioni «fuori dalla divisioni politiche».