Berlusconi: «Con la Libia si è chiusa una ferita» E prepara nuovi accordi

RomaStride un po’ il tradizionale look da rockstar a la mode - e rigorosamente color biscotto - del Colonnello con il completo blu del Cavaliere. Non tanto per ragioni estetiche, perché non è certo la prima visita-kermesse di Gheddafi a Roma e forse non sarà l’ultima. Quanto perché sotto traccia si coglie un pizzico di imbarazzo non solo della Farnesina ma anche di Palazzo Chigi per l’uscita del leader libico sull’Europa che deve convertirsi all’Islam. Una questione che comunque non viene affrontata durante il faccia a faccia tra Berlusconi e Gheddafi, trenta minuti in cui i due si dedicano soprattutto a quella che il Cavaliere ama definire «diplomazia commerciale». Che nei rapporti tra Italia e Libia potrebbe fare un deciso salto di qualità nei prossimi mesi, quando non è escluso che vadano in porto accordi «pesanti» nel campo della difesa con Finmeccanica e Fincantieri. Il Colonnello, infatti, ha parole di elogio per «la tecnologia italiana in campo militare». E il leader libico non si riferisce solo alle tre motovedette italiane ricevute a febbraio per il pattugliamento delle coste, ma anche alla possibilità di acquistare una partita di elicotteri per il controllo degli immensi confini desertici a sud della Libia. Fronte, questo, sul quale Finmeccanica ha già dato un primo contributo con un nuovo sistema satellitare di controllo terrestre per verificare i flussi di immigrazione provenienti proprio dal Sud del Paese. «Vogliamo che il Mediterraneo sia un mare di pace», spiega il Colonnello.
Anche per questo, dunque, Berlusconi preferisce andare avanti sulla via della realpolitik e non aprire fronti né sulle troppe stranezze di Gheddafi né sul suo appello alla conversione all’Islam. Nonostante le perplessità fatte filtrare in via strettamente riservata da Oltretevere, il prevedibile affondo dei finiani e la certamente meno attesa presa di distanze della Lega visto che oggi La Padania dedica alla querelle tutta la prima pagina. Eloquente il titolo d’apertura: «L’Europa sia cristiana». Sottotitolo: «Gheddafi sogna il vecchio Continente convertito a Maometto». Polemiche a cui Berlusconi non concede nulla. «Tutti dovrebbero rallegrarsi - dice nel suo intervento prima della cena - perché è stata chiusa una ferita ed è iniziata una vita nuova». Il trattato di amicizia italo-libico, insomma, «porterà dei vantaggi per tutti». «Chi non lo capisce, e in questi giorni si sono sentite delle critiche, appartiene al passato e - aggiunge replicando così non solo all’opposizione ma pure ai finiani e al Carroccio - è prigioniero di schemi superati».
Il premier, dunque, si appella alla concretezza e - ripete ai suoi sherpa prima e dopo il faccia a faccia nella tenda montata nei giardini della residenza dell’ambasciatore libico a Roma - preferisce occuparsi di business. Anche perché si sta ormai chiudendo l’assegnazione degli appalti alle ventuno imprese italiane che sono incaricate di costruire la grande autostrada costiera che da sempre sogna Gheddafi. Un’infrastruttura che dovrebbe attraversare la Libia dall’Egitto alla Tunisia e che sarà costruita con i soldi che l’Italia sta girando a Tripoli («cinque miliardi di dollari» in venti anni, spiega il premier) previsti dal Trattato come compensazione dei danni del colonialismo europeo. Un onere ingente che è stato scaricato sulle spalle dell’Eni attraverso un aumento dell’Ires ma che il cane a sei zampe dovrebbe ammortizzare grazie a nuove generose concessioni. Per usare le parole di Gheddafi, insomma, «i rapporti bilaterali a questo punto possono solo crescere».
Ed è anche per questo che tra i circa 800 invitati alla cena in onore del Colonnello alla caserma dei carabinieri Salvo d’Acquisto c’è un’ampia rappresentanza dei maggiori gruppi industrialie finanziari italiani: da Eni (l’ad Scaroni) a Fiat, da Unicredit (l’ad Profumo) a Finmeccanica (il presidente Guarguaglini), da Impregilo (il presidente Ponzellini) a Confindustria (il direttore generale Galli). Davanti ai quali Gheddafi lancia un messaggio destinato a far discutere: «La Libia chiede all’Ue almeno 5 miliardi di euro l’anno per fermare l’immigrazione, altrimenti l’Europa potrebbe diventare Africa, potrebbe diventare nera». Una richiesta che rischia di suonare come una minaccia.