Berlusconi: «Magistratura malata, va cambiata»

Adalberto Signore

da Roma

Il filo conduttore del confronto tra Silvio Berlusconi e Oliviero Diliberto sta tutto nei ripetuti scambi di applausi e mugugni che si alzano a più riprese dal pubblico in studio. Lo stesso che nel ’94 ospitò la sfida tra il Cavaliere e Achille Occhetto e che nel ’96 ha visto confrontarsi quelli che ancora oggi sono i due candidati alla presidenza del Consiglio, Berlusconi e Prodi. Così, soprattutto nella prima parte, più di una volta Enrico Mentana è costretto a dare le spalle ai suoi due ospiti e richiamare il pubblico all’ordine, prima con qualche occhiataccia poi con un vera e propria ramanzina sulla buona educazione. Perché lo studio di Matrix è perfettamente suddiviso tra i sostenitori dell’uno e dell’altro. E nessuno pare aver voglia di star zitto. Al punto che per quaranta minuti buoni i battimani e i lamenti di disappunto che si alzano dalla platea diventano quasi una sorta di metronomo del confronto. «Tutti gli elettori di Diliberto sono qui dentro», ironizza il premier. Applausi e replica del leader del Pdci: «Aspetto che i ragazzi finiscano...». Poi Mentana chiede un’inquadratura per i sostenitori di Diliberto che lamentano di essere stati un po’ discriminati a favore dei giovani del Motore azzurro. Via con la panoramica e chiosa di Berlusconi: «I nostri sono più belli...».
Fra un applauso e l’altro, in un clima da palazzetto dello sport, si parla di come è nato il confronto («Diliberto è l’unico a non essere scappato», dice il premier) e si discute a lungo di lavoro e occupazione. Sfiorando il paradosso, perché sia l’uno che l’altro scartabellano i loro fogli con numeri e dati e disegnano due Italie completamente diverse. «Fonti Istat», giurano entrambe. Con il segretario dei Comunisti italiani che attacca: «Proviamo almeno per una volta a dire la verità». Replica a stretto giro il premier: «C’è una regola sempre valida della scuola comunista, la verità è sempre quella che conviene al partito...». E l’altro: «Per Berlusconi, invece, la verità è quella che fa comodo a lui». Si passa alla riforma Moratti e anche qui le posizioni sono lontanissime: «una nefandezza» per il leader del Pdci, «fondamentele» secondo il presidente del Consiglio. Perché, spiega, «oltre all’inglese i ragazzi avranno la possibilità di imparare un mestiere». «Scuola di classe», ribatte Diliberto, convinto che la riforma avvantaggi i più ricchi. E il premier: «Io ero figlio di una famiglia povera...». Non riesce neanche a terminare che la platea pro Diliberto lo stoppa con un «eeeeeh». E il segretario del Pdci ne approfitta: «Ma suo padre non era direttore di banca?». Poi un breve passaggio sul Corsera che, dice il premier, «ha tolto la maschera» e «dovrebbe chiamarsi “Corriere della Sinistra”».
Dopo cinquanta minuti buoni di «studio» il Cavaliere va all’affondo. E sfogliando il libro Berlusconi ti odio elenca «gli insulti» che in questi anni gli sono arrivati da Diliberto. Poi, prende dal tavolino il Libro nero del Comunismo e il Libro nero del Comunismo europeo e li porge al segretario del Pdci a mo’ di dono: «Le farebbe bene un ripasso della storia...». E Diliberto: dal Tribunale speciale del fascismo quelli che lei chiama comunisti hanno subito «4.030 condanne per un totale di 23.000 anni di reclusione». Controreplica del premier che porge alla telecamera un foglio con su un quadrato rosso e dentro, molto più piccolo, uno verde: «Questa è la proporzione tra le vittime del nazismo e quelle del comunismo che, ovviamente, sono in rosso».
Lo scambio di battute, quasi fosse un’interminabile partita di tennis, va avanti senza sosta. Così, mentre Berlusconi elenca le cose fatte dal governo, Diliberto lo interrompe: «Ma quale modernizzazione, se ci sono le pulci sui treni». Prontissimo il premier a restituire la palla: «Saranno le nipoti delle pulci di cinque anni fa... anche quelle le abbiamo ereditate da voi!».
È solo sulla questione giustizia che il clima si fa più teso e le battute lasciano spazio alla polemica serrata. Dell’inchiesta Mediaset Berlusconi non vuole parlare («l’ha già fatto Bonaiuti»), ma cosa ne pensi lo lascia intendere chiaramente: «nel ’94 il tandem magistratura-Corriere della Sera» ha fatto «un vero e proprio golpe che ha privato gli italiani di un governo». E ancora: «Nei cinque anni in cui ha governato la sinistra ha tentato l’eliminazione del leader dell’opposizione usando i magistrati organici a quella parte politica. La magistratura è una malattia della nostra democrazia e va cambiata». «Questa ossessione - replica Diliberto - è assurda. Le toghe rosse ci sono state, rosse del loro sangue versato per lo Stato. Parlo di Falcone, Borsellino, Livatino, Chinnici...». E il premier: «Guarda caso non erano toghe rosse. Sono state insanguinate ma nessuno di loro apparteneva alla sinistra». Lo scambio va avanti ancora qualche minuto, con il leader del Pdci che accusa il premier di non avere «senso dello Stato» e Berlusconi che rimanda l’addebito al mittente perché «quello di Diliberto è il senso dello Stato di polizia dell’Urss». E aggiunge: «Quando un ordine indipendente come la magistratura viene stimato solo da 12 cittadini su 100, c’è qualcosa che non va... ».
Nessun accenno, invece, alla politica estera né alle «mani grondanti di sangue» con cui Diliberto ha messo in imbarazzo più di un alleato. Così, a chi gli chiede come sia andato il confronto mentre lascia gli studi Mediaset del Palatino, Berlusconi si limita a poche parole: «Si lavora troppo, non si ha mai tempo di prepararsi a sufficienza...».