Berlusconi mai condannato ma gli hanno già tolto un miliardo

Dal ’94 in poi il premier ha subìto 25 processi: sempre assolto. I
giudici però vogliono demolire il suo patrimonio. Lo sfogo del Cavaliere: mi
hanno portato via 25 anni di guadagni

Milano - Si ricomincia. Dopo venticinque assoluzioni, Silvio Berlusconi è ancora imputato. È il processo Ruby quello che oggi entra nel vivo, con un’accusa pesantissima come la prostituzione minorile. Ma non c’è da meravigliarsi più di tanto: dal novembre ’94, quando la freccia scagliata dal Pool recapitò al capo del governo il primo invito a comparire per le tangenti pagate dalle aziende del Biscione alla Guardia di finanza, al Cavaliere è stato contestato di tutto. Dalla frode fiscale al falso in bilancio, fino, addirittura, al concorso nelle stragi mafiose, al riciclaggio e al concorso esterno in associazione mafiosa. Una perizia, ordinata a suo tempo dalla Procura di Palermo al processo Dell’Utri, ha smontato pezzo per pezzo, come fosse un giocattolo, tutto il patrimonio del premier, alla ricerca di un peccato originale che però non è saltato fuori: nessuno è riuscito a trovare connessioni fra i capitali di Berlusconi e quelli delle famiglie di Cosa nostra.
Venticinque procedimenti, come dimostra il libro di Maurizio Tortorella La gogna, si sono conclusi con una raffica impressionante di assoluzioni, prescrizioni, archiviazioni. Diciassette anni di estenuanti battaglie: un salasso anche per le casse del Cavaliere. Lui, nei giorni scorsi, si è sfogato con chi gli è vicino: «Ho speso 320 milioni fra udienze, avvocati, consulenti, spese di giustizia». E non basta, perché ai 320 milioni “autocertificati” dal presidente del consiglio devono essere sommati i 560 milioni della sentenza Mondadori. Il totale è astronomico e si avvicina pericolosamente all’enorme cifra di 1 miliardo di euro. Un miliardo è una cifra da manovra finanziaria, non dovrebbe essere il valore di una storia giudiziaria, sia pure unica nel suo genere. «Mi hanno portato via - faceva notare Berlusconi - venticinque anni di guadagni, venticinque anni di redditi: i redditi delle mie imprese al netto delle tasse».
Non importa. La macchina continua a girare: i filoni d’inchiesta si sdoppiano, si ricongiungono, raddoppiano. Il processo Ruby si salda inevitabilmente con le inchieste a grappolo che fra Roma e Bari ricostruiscono i rapporti del premier con Gianpi Tarantini e le sue escort. Vicenda incredibile, quella che si sta consumando fra Roma e Bari. A Bari il lavoro di scavo non era approdato a nulla e l’indagine era ormai in dirittura d’arrivo senza ammaccature per il premier, a dispetto delle 100mila intercettazioni compiute; una chiusura inaspettata per giornali e tv che avevano previsto sviluppi clamorosi. Invece no, ma in soccorso delle aspettative generali ecco farsi avanti la procura di Napoli che ha disegnato un teorema: Gianpi Tarantini e Walter Lavitola s’inventano un’estorsione ai danni del povero capo del governo. Sappiamo com’è andata finire: i pm napoletani hanno sbattuto contro la competenza dei magistrati di Roma e hanno dovuto mandare gli incartamenti nella capitale. Ma dopo vari passaggi anche Bari è tornata in scena: in Puglia il premier è ora indagato per aver fatto pressioni su Tarantini, a Roma continua ad essere vittima di Tarantini. Come tutta questa storia sia possibile in simultanea è un mistero della fede, ma naturalmente i pm sono pronti a spiegare che si tratta di segmenti diversi di una lunga vicenda e dunque si va avanti così.
Riparte il processo Ruby, con una parata di 132 testimoni convocati dai Pm a palazzo; precipita verso la sentenza il processo Mills; si muovono, sempre a Milano, i processi Mediaset e Mediatrade. Udienze serrate, ritmi da catena di montaggio, un piatto colmo di accuse. L’assedio, da Milano a Roma e a Bari, non accenna a diminuire. E lui è costretto a mobilitare un plotone di legali per gestire il traffico delle presenze in aula. «Mi hanno accusato davvero di tutto - raccontava nei giorni scorsi ad un gruppetto di amici il premier - ma la circostanza che più mi umilia è che mi abbiano dipinto pure come un evasore fiscale. Mi danno dell’evasore fiscale quando le mie aziende pagano più di due milioni di euro al giorno di imposte».
Cifre da capogiro che fanno a pugni con i capi d’imputazione costruiti a partire dal ’94 e puntellati in mille modi. Ormai i procedimenti aperti hanno superato quota trenta e chi immaginava un alleggerimento della pressione nel tempo è stato smentito. Le archiviazioni si accumulano le une sulle altre, ma nuove accuse vengono formulate e la contabilità è sempre aperta. La scorsa settimana è finito in soffitta il fascicolo aperto dopo il discorso che il premier aveva tenuto nel giugno 2009 a Santa Margherita invitando gli imprenditori a non investire nei giornali del gruppo De Benedetti. L’accusa era, nientemeno, aggiotaggio: procura e gip hanno concordato nel chiudere il caso. Ma sempre a Milano il gip ha imposto alla procura di iscrivere il premier nel registro degli indagati per la fuga di notizie che portò il Giornale a pubblicare alcune intercettazioni riguardanti D’Alema, Fassino, le banche e i furbetti del quartierino. La magistratura di rito ambrosiano non aveva trovato niente contro il premier, ma il gip ha ordinato di procedere ugualmente. Un po’ come a Bari: finita nel nulla l’indagine numero uno, ecco pronta la seconda. Le inchieste contro il premier non finiscono mai. E i costi di questa guerra continuano a lievitare.