Berlusconi: "Mai parlato di polizia" La Gelmini: "Studenti, sì al confronto"

Proseguono le proteste tra gli studenti ma il premier smentisce di voler usare le maniere forti: "Ho in mente alcune soluzioni, anche spiritose. Sul
rispetto dei diritti di chi vuole studiare non arretro, lo Stato farà
lo Stato&quot;. Il ministro dell'Istruzione: <strong><a href="/a.pic1?ID=300431">&quot;Sì al confronto ma basta falsificazioni&quot;</a></strong>.<strong> </strong><a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani">Il dibattito sul blog</a>. Un viaggio nella Statale di Milano: <strong><a href="/video.pic1?ID=statale_okkupata">guarda il video</a></strong> di <em>Roberto Bonizzi e Francesco M. Del Vigo</em>

Pechino - Nessun passo indietro. Da Pechino Silvio Berlusconi torna sulla querelle che si è aperta nelle ultime ore sulla scuola e ribadisce quella che per tanti versi non è affatto una novità, visto che la linea è la stessa già tenuta in diverse occasioni, a partire dalla vicenda dei rifiuti di Napoli. «Uno Stato non è tale - dice durante un incontro con i giornalisti al termine della sua prima giornata in Cina - se non garantisce l'esercizio dei diritti fondamentali». Insomma, «c'è un diritto a protestare ma non certo a impedire che chi non la pensa alla stessa maniera non possa esercitare un altro diritto altrettanto importante», che è quello di entrare in classe e assistere alle lezioni. Nessuna intenzione, spiega, di «mandare la polizia nelle scuole», perché non solo «non l'ho mai detto» ma «non l'ho neanche pensato». Però, insiste il premier, «lo Stato non può tirarsi indietro» perché «impedire che qualcuno eserciti un proprio diritto credo che debba essere considerato un reato».

Niente polizia, dunque, ma l'intenzione di andare avanti sulla strada della fermezza, conscio anche che sulla riforma della scuola la maggior parte degli italiani - lo confermano gli ultimi sondaggi - sono dalla parte del governo. Ma se non con la forza pubblica, come ha intenzione il governo di garantire questo diritto? Alla domanda Berlusconi risponde solo con un sorriso: «Se ci sarà chi vuole occupare a prescindere, ho in mente opportune azioni di convincimento, alcune molto spiritose...». Ma nessun dettaglio in più, «altrimenti diventa il titolo di tutti i giornali». Di certo, però, c'è che le intenzioni del premier sono chiare: lo Stato non arretrerà. Che poi qualcuno abbia deciso di prendere la vicenda scuola «solo come un pretesto per dare contro al governo» è altra cosa.

Non lo dice, ma che il bersaglio sia l'opposizione è piuttosto evidente perché «sono stati loro i primi a fare la guerra contro la pluralità degli insegnanti e a favore del maestro unico». Il loro atteggiamento, insomma, «è pretestuoso». In piazza, aggiunge, ci sono «cartelli basati solo su false informazioni». Sull'università, per esempio, «ancora non abbiamo fatto nulla», mentre «il liceo non l'abbiamo toccato». E dunque non si capisce perché universitari e liceali protestino. Una spiegazione, in verità, Berlusconi se la dà: «Ai signori piace la musica e a loro piace manifestare...». Come dire che si va in piazza a prescindere. Eloquente la risposta a Walter Veltroni che lo ha accusato di «soffiare sul fuoco». «Sono loro che soffiano sul fuoco... Volete andare in piazza? Benissimo. Ma non date bufale sulle adesioni, visto che avete l'abitudine di moltiplicare per 25 il numero dei partecipanti...». Qualcuno chiede se la ragione che «spinge» il centrosinistra ad affondare sulla scuola siano «i problemi che ha al proprio interno». Berlusconi, è evidente, la pensa proprio così. Ma sceglie la via della prudenza: «Io non posso parlare di impressioni. Le cose sono lì, lasciamo a chi non ha incarichi di governo il compito di dare valutazioni. D'altra parte, in casa d'altri non sono mai entrato».

Ma le loro responsabilità, aggiunge il Cavaliere, le hanno anche i mezzi d'informazione perché «i titoli dei giornali che ho potuto scorrere sono lontani dalla realtà». Di più: «C'è un divorzio tra l'informazione e la realtà visto che non riesco a riconoscermi negli eventi di cui sono protagonista per come vengono poi riportati sui giornali». E il riferimento è soprattutto all'intenzione di mandare la polizia all'interno delle scuole.

Ma sul fronte media, la partecipazione al vertice Asem di Pechino si porta dietro un'altra polemica rimasta piuttosto sotto traccia. In nome dei tagli e degli sprechi, infatti, la Rai ha deciso di non mandare neanche un inviato al seguito del presidente del Consiglio, scelta alquanto «innovativa» se si considera che esattamente due anni fa - quando Romano Prodi incontrò il premier cinese Wen Jabao - gli inviati erano ben cinque. Oggi, invece, il dg di viale Mazzini Claudio Cappon ha preferito la via della parsimonia e la tre giorni pechinese del Cavaliere è seguita solo dal corrispondente locale (più Radio Rai). Chi conosce il mondo dell'informazione, coglie con facilità la stranezza. Non perché qualcuno metta in discussione le doti del corrispondente locale (peraltro preparatissimo), ma perché solo due mesi fa al G8 del Giappone la Rai si è presentata con una pattuglia di oltre trenta tra inviati e tecnici. Insomma, da un estremo all'altro. Che a Palazzo Chigi, Berlusconi compreso, nessuno ha troppo gradito. E che probabilmente si inserisce nella partita per la nomina del nuovo presidente della commissione di Vigilanza e, successivamente, dei nuovi direttori di testata. Anche perché, quando fra una decina di giorni gli Usa sceglieranno il successore di George W. Bush, solo il Tg1 ha già in programma di presentarsi negli States con tredici inviati più il direttore. Risparmi, insomma, ma fino a un certo punto.