Berlusconi mette Fini con le spalle al muro. Il leader Fli prende tempo

Dopo lo sfogo con l’alleato sul caso Ruby, Berlusconi nel discorso alla
direzione Pdl lo costringe alla scelta definitiva: strappare o
restare. E ai suoi rivela: "Questi riti da prima Repubblica mi
disgustano&quot;. Il premier riconosce il ruolo di Fli e offre un patto. <strong><a href="/interni/il_cav_chiarezza_o_si_va_votare_ma_gianfranco_discorso_tardivo/05-11-2010/articolo-id=484740-page=0-comments=1" target="_blank">Il presidente della Camera lo gela</a></strong>, poi smentisce

Roma - Legge, Silvio Berlusconi. E lo fa con lo stesso entusiasmo con cui la sera prima partecipa alla lunga riunione di Palazzo Grazioli nella quale si lima fino alle virgole il discorso che il Cavaliere terrà di lì a poche ore in Direzione nazionale. Cioè zero. Perché, ripete più volte nelle sue conversazioni private, quell’intervento «non mi appartiene» e «non mi rappresenta». Ed è per questo che Berlusconi legge, staccando di rado gli occhi dai fogli e senza quasi mai concedersi digressioni a braccio. Perché il rischio di debordare, di aggiungere un aggettivo di troppo o una considerazione eccessivamente polemica è altissimo. E l’ennesimo rinvio della palla nel campo dell’avversario potrebbe non andare a buon fine. Ed è solo questa la ragione per cui il Cavaliere decide di dire «sì» a Gianni Letta e al pattuglione delle colombe, facendosi, confiderà a sera ai suoi, «quasi una violenza» perché «questi vecchi riti della politica mi disgustano».

E così, davanti alla Direzione del Pdl riunita a Santo Spirito in Saxia, Berlusconi si concede solo una premessa: ho deciso di leggere il testo messo a punto ieri e promesso ai dirigenti del Pdl che non ci saranno fuori programma. Poi, via a infilare uno dietro l’altro tutti i «sì» che Gianfranco Fini avrebbe voluto sentirsi dire in questi mesi: sì al riconoscimento politico di Futuro e libertà, sì a una dialettica interna alla maggioranza, sì a un contributo del Fli al programma di governo. Un discorso, dirà più tardi in privato, che «non mi è andato giù» perché la convinzione che Fini lavori solo «per logorarmi» è la stessa di un mese fa. Ma, ne è consapevole il premier, la ragion politica vuole la sua parte. Per questo il Cavaliere accetta quasi con rassegnazione e senza colpo ferire di restituire il cerino al suo avversario. Quasi fosse una di quelle interminabili partite di tennis tra pallettari d’altri tempi - l’esempio più calzante potrebbe essere un Connors contro Chang - nelle quali s’andava avanti ore senza vedere altro che bordate da fondo campo.

Così, ci sta che nonostante la riluttanza alla fine Berlusconi sia comunque soddisfatto della scelta. Perché ora sarà Fini a dover gestire la patata bollente dello strappo, peraltro davanti a una platea «calda» come quella che ci sarà domenica a Perugia. Dove per il presidente della Camera non sarà facile pattinare tra la linea dei falchi e quella delle colombe. Tanto che non sembra casuale la battuta di Umberto Bossi: «Fini non avrà il coraggio di rompere per paura del voto». Quasi fosse una provocazione con l’intento di ottenere esattamente l’effetto contrario. A questo punto, infatti, il Fli potrebbe uscire dilaniato dall’eventuale scelta di dare al governo un appoggio esterno. Un gesto di rottura che il premier non sembrerebbe intenzionato a cavalcare. «Cambierebbe poco visto che è quasi un anno che Fini e i suoi hanno deciso nei fatti l’appoggio esterno», s’è lasciato sfuggire ieri con i suoi collaboratori. Eppoi ormai l’obiettivo è prendere tempo e scavallare novembre e dicembre, mesi in cui una crisi potrebbe più facilmente risolversi con un governo tecnico. Da gennaio, invece, prenderebbero quota le elezioni anticipate, magari in tandem con le amministrative di primavera. Ipotesi che resta sul piatto se in chiusura del suo intervento Berlusconi non manca di citare i Team della libertà su cui molto sta puntando in questi giorni. Insieme ai Tea party, infatti, sarebbe questa la struttura movimentista che dovrebbe affiancarsi al partito (rinnovato nel nome e nel simbolo) in vista di una campagna elettorale.

Cambia poco, insomma, se ieri mattina - per la prima volta dopo mesi - Berlusconi e Fini si ritrovano uno a fianco all’altro all’Altare della Patria. Solo qualche battuta sul caso Ruby, una vicenda che il premier definisce «incredibile». Uno scambio destinato a restare solo una parentesi, perché entrambi sono consapevoli che il rapporto è ormai irrecuperabile. «Mi vuole far fuori ma se ne dovrà assumere la responsabilità», dirà a sera Berlusconi commentando con i suoi il forte scetticismo che filtra dai finiani sul discorso in Direzione.