Berlusconi: «Milan preparati ad altri vent’anni di vittorie»

Franco Ordine

Un bel massaggio al cuore, dopo qualche stilettata nel fianco (Casini e Fini). Il pianeta Milan, per Silvio Berlusconi, è tutto questo e molto ancora. Gli consente di stemperare tensioni, di annegare i dispiaceri di una campagna elettorale al cianuro, di vedere riflessi nelle sagome appesantite di impareggiabili artisti del pallone i suoi strepitosi successi. «È una pausa romantica» chiosa il premier, scortato dalla figlia Barbara, appena gli riesce di abbandonare la tribuna d’onore di San Siro per infilarsi nel salone del Trotto dove lo aspettano in cinquecento. Chiusa la festa d’addio di Albertini, onorata dal Barcellona, si riapre l’album dei venti anni milanisti targati Berlusconi. E qui è possibile controllare da vicino lo stato di forma di Van Basten e di Weah, i chili accumulati da Gullit e il sorriso spento di Donadoni, i capelli persi da Franco Baresi e il pizzetto da filosofo di Chicco Evani. «Mi ha fatto piacere lo striscione dei tifosi ma mi ha fatto piacere rivedere tanti campioni che sono nati e cresciuti dentro un grande Milan», racconta il premier al tavolo d’onore dove siedono il Questore Scarpis e il Prefetto Lombardi, Emilio Fede accompagnato da Francesca Lodo.
Pace con Boban e Zac. La serata è l’occasione giusta per cancellare anche qualche ombra. Silvio Berlusconi smentisce le voci di un improbabile gelo nei confronti di Boban, autore di un articolo velenosetto qualche tempo fa. «Vieni qua Zorro, da solo ci hai fatto vincere uno scudetto, vieni Zorro» gli fa il presidente. E sul volto del croato oggi opinionista Sky si accende un sorriso che sembra una fiaccola olimpica. Anche la citazione del prezioso lavoro svolto da Alberto Zaccheroni sotterra finalmente un’antica questione, cavalcata dai giornali di sinistra. «Sono molto fiero d’essere finito in questo viale degli eroi milanisti», commenta il tecnico di Cesenatico, arrivato con tutti gli altri, Arrigo Sacchi e Capello, Italo Galbiati e Carmignani, Cesarone Maldini, i generali e i loro assistenti.
Barcellona l’inizio. L’epopea del Milan berlusconiano cominciò nella magica notte del Camp Nou, a Barcellona, la prima finale di coppa Campioni della sua carriera, maggio dell’89 la data da tenere a memoria. Venti anni dopo, Silvio Berlusconi, davanti alla scritta in fuochi d’artificio («grazie presidente»), si lascia cullare dall’emozione intatta: «Ricordo mille e mille fiammelle sugli spalti, una nazione rossonera che si era spostata all’estero con 80 mila tifosi. Ancora adesso incontro qualche tifoso che mi racconta: a Barcellona io c’ero».
Lascerò ai miei figli. Luigi, l’ultimo del quintetto base, è l’esponente della famiglia designato a occuparsi di Milan, nel futuro. «Quando io non ci sarò più, chè fino ad allora, chiusa la parentesi politica, vorrei ancora occuparmi di Milan e di calcio. Sarei molto felice se qualcuno dei miei figli si prendesse la responsabilità di far vincere il Milan dopo di me. Io considero il Milan una cosa di famiglia, un amore della mia infanzia legato a mio padre. Ho fatto tanti sacrifici, ma sono stato ripagato» spiega Berlusconi.
Prossimo traguardo. Come quel giorno lontano dell’88, al castello di Pomerio, anche mercoledì notte, Silvio Berlusconi prepara un altro futuro temerario per il Milan e i suoi tifosi. «Ne abbiamo finora collezionati 23 di trofei, andiamo al raddoppio» è il suo incitamento. Che vale in particolare per Ancelotti, uscito puntellato da una serata colma di frasi dolci e di gesti significativi. «Sarà ancora dei nostri» garantisce sicuro il presidente con l’assenso di Adriano Galliani cui tocca l’onore di consegnare al festeggiato la maglia numero 20.
Seedorf cantante. Appena gli orologi segnano le due di notte, viene apparecchiato un siparietto strepitoso. Ne è protagonista Clarence Seedorf, capace di interrompere l’assedio al tavolo di Silvio Berlusconi. Qui, in piedi e in fila, come alla biglietteria della Stazione centrale, ci sono signore e bimbe belle, tifosi doc e manager rampanti: tutti reclamano un autografo sul volume fotografico dei venti anni distribuito dagli organizzatori della serata (Paola Taveggia, firma doc). Seedorf è reduce da una schietta discussione con Marco Van Basten ct orange sul suo futuro in nazionale («dice che devo dimostrare ancora») e per dimenticare dedica al suo presidente «Wonderful World» imitando persino la voce rauca di Luis Armstrong. Lo fa talmente bene da stregare il dj Ringo, uno che se ne intende, e da provocare la battuta irresistibile di Ancelotti: «Ma non sarà questo il suo vero mestiere?».
Il taglio come il voto. Prima della torta, Berlusconi non resiste alla tentazione di legare l’attualità politica alla celebrazione calcistica. È l’unico cedimento, si può far finta di niente? Il suo pistolotto è semplice semplice, va dritto al cuore della gente che ascolta: «Nella mia vita ho avuto la fortuna, tra le tante, di impegnarmi in politica. Ricordo che il 9 aprile il nostro Paese avrà una scelta di destino da fare: quella della libertà. Spero che ognuno voglia fare una croce sul simbolo di Forza Italia». Un paio di cronisti di giornali schierati sul fronte opposto hanno gli stranguglioni, si mettono al telefono per informare i capi. Il resto della platea applaude e promette: a uno così, che resta fino alle 3 di notte, per firmare autografi e stringere mani, non si riesce a dire no.