Berlusconi: "Minacce ai senatori di sinistra"

Il Cavaliere: "So che per questo qualcuno ha perso coraggio e non ha
fatto cadere il governo, ma gli italiani non ne possono più di Prodi. Ho passato cinque anni di calvario con gli alleati ma le porte del Pdl sono aperte a tutti"

Napoli - «Silvio, 'na tazzulella 'e cafè...». Non saranno i sessanta metri più lunghi della sua carriera politica quelli che separano Berlusconi dalla Caffetteria di piazza Martire a Napoli al piccolo palchetto improvvisato a fianco al gazebo dove si raccolgono le adesioni al neonato Pdl. Ma sono sessanta metri lunghi una decina di minuti, con una ressa da grandi occasioni, la vetrata esterna di un bar che se ne viene giù insieme a un motorino parcheggiato alla bell'e meglio, tavolini e sedie che saltano da tutte le parti e un nugolo di guardie del corpo, poliziotti, telecamere e sostenitori che seguono il Cavaliere all'impazzata. Saranno un migliaio, dalla signora impellicciata che pretende la foto di rito al proprietario del bar che vorrebbe offrirgli un caffè.
Dieci minuti dieci per arrivare davanti al gazebo e spiegare che del pranzo tra Montezemolo, Fini e Casini poco gli interessa tanto da non voler «dire nulla» in proposito perché preferisce «pensare alla tanta gente che ci segue e che vuole aderire al nuovo partito». In serata, incontrando gli industriali campani, sul presidente di Confindustria sarà più netto: «Dà l'impressione di fare solo comizi, solo politica. E non da oggi...». Che poi Berlusconi abbia il sospetto che i tre vorrebbero remare contro il dialogo sulla legge elettorale tra lui e Veltroni è tutt'altra storia. Un «percorso di disgelo», dice, che «sono intimamente convinto possa proseguire». D'altra parte, a Bari se lo era lasciato scappare: «Di Veltroni mi fido, sta dimostrando coraggio». Con piccola curiosità sul loro faccia a faccia. «Quando ci siamo visti alla Camera - racconta agli industriali - gli ho mostrato il petto e gli ho detto “Eccomi, sono il tuo salvatore, quello che ti libererà dai comunisti...”». Con una convinzione: «Non credo che il Pd voglia ostinarsi in un accanimento terapeutico per tenere in vita un governo senza speranze». Insomma, alla fine sarà lo stesso Veltroni a farlo cadere. E poi, ripete, si dovrà «tornare alle urne» perché «gli italiani non ne possono più».
Un governo, spiega nel comizio improvvisato in piazza Martire, che «nei fatti è già imploso» tanto che anche «Bertinotti dice che l'esperienza è fallita». Poi torna ai giorni del voto sulla Finanziaria e ribadisce che sì, «per un mese e mezzo» si è dedicato a incontrare «molti senatori». Ma nonostante le tante perplessità «che mi erano state manifestate» alla fine è stato Prodi a «fare shopping con i soldi dello Stato», ben «quattromila miliardi» concessi «a singoli e a partiti» come prebende. Eppoi, aggiunge, «mi hanno detto che qualche senatore ha anche ricevuto minacce dure e per questo motivo ha perso coraggio».
Il giorno dopo le polemiche e le smentite sugli affondi a Casini, Berlusconi torna anche a parlare degli alleati. Per la verità, salito sul palco microfono in mano, è la prima cosa che fa prendendosela con «un partito di cui conoscete bene il leader». Il nome non lo pronuncia mai, ma che l'identikit sia quello di Casini è fuor di dubbio. Perché dopo «il calvario di cinque anni» del governo «mi ha impedito di convocare vertici della Cdl» per un anno e mezzo, ha detto di no alla Federazione e pure quando «ho provato ad aggiornare il programma» riaprendo l'Officina i suoi «sono sempre mancati». Nonostante le critiche, però, «le porte» del nuovo partito «sono sempre aperte agli alleati», purché «si rimettano in gioco anche loro come ho fatto io». Ce n'è anche per la maggioranza che «ha messo le mani su tutte le istituzioni». Un esempio: «C'è un magistrato che disturba? Via la Forleo e via De Magistris». Anche se, almeno sulla Rai «c'è stato un giudice a Berlino» visto che «Tar e Consiglio di Stato si sono pronunciati» a favore di Petroni.
Partono gli applausi, segue l'inno di Forza Italia. Anche se, colpisce, di bandiere azzurre in piazza non ce n'è neanche una. Sventolano invece i Circoli della Brambilla, quelli di Dell'Utri, gli Italiani nel mondo di De Gregorio, il Partito meridionalista italiano e il movimento civico Iniziativa popolare. Chissà, magari un primo assaggio del partito «rete» che Berlusconi ha battezzato a San Babila.