Berlusconi: nasce il Pd e muore il governo, a casa fra un mese

Il Cavaliere festeggia il suo compleanno al parlamento del Nord a Vicenza. Rassicura la Lega: "No a esecutivi tecnici, al Colle chiederemo di andare alle urne". Poi snocciola dei sondaggi: "Io al 63%, il premier solo al 23%". La rivelazione: "Sedici senatori di centrosinistra decisi a far mancare il loro appoggio al governo"

Vicenza - Forse per evitare che la prima volta di Silvio Berlusconi al Parlamento del Nord possa essere letta come una sorta di «commissariamento» della Lega da parte del Cavaliere, o forse per troppa leggerezza, Umberto Bossi sceglie proprio la tanto attesa seduta delle assise padane riunite nella villa Bonin Maistrello di Vicenza per rilanciare senza troppi giri di parole la «lotta di liberazione della Padania». Con un certo imbarazzo da parte dell’ex premier, che per un’ora buona risponde alle domande dei leghisti quasi fosse davvero un question time a Montecitorio.
Peraltro, Berlusconi una certa soddisfazione al Parlamento del Nord la dà, visto che dopo una settimana di silenzio passata alla finestra a scrutare i sommovimenti interni al centrosinistra e i destini della Finanziaria, tratteggia lo scenario futuro in modo piuttosto chiaro: andranno «a casa tra un mese» e «non potremmo accettare un governo tecnico o di transizione» ma «dobbiamo andare a elezioni».

D’altra parte, i sondaggi «ci dicono che come coalizione siamo 12 punti avanti», mentre «il gradimento per Prodi è al 23%, contro il 63 per il sottoscritto». Insomma, quando ci sarà la crisi di governo sarà «questo quel che diremo al presidente della Repubblica». In questo modo, peraltro, «il referendum salta» e «non si farà mai». E pure sul partito unico del centrodestra il Cavaliere è cauto quanto basta. «La Lega - dice con un colpo di tosse mentre al suo fianco il Senatùr spipacchia senza sosta il solito toscano - mi ha chiaramente detto che non entrerebbe. Nonostante l’età, quando uno mi dice una cosa chiara io la capisco». Insomma, «non insisto» e «immagino che la Lega possa avere con questo partito un rapporto federativo». Le assicurazioni sulle elezioni anticipate (durante la crisi fu solo la Lega a chiederle al Quirinale) e sul referendum, però, non devono aver tranquillizzato a dovere Bossi. Che prende la parola e inizia a leggere il discorso preparato la notte prima, quando è rimasto sveglio fino alle sei di mattina: «La libertà non si può più conquistare in Parlamento ma con milioni di uomini lanciati in una lotta di liberazione». Un affondo interrotto da un provvidenziale black out che ammutolisce i microfoni. Passa qualche minuto e quando il Senatùr riprende la parola si limita solo a ricordare che ci sono «dieci milioni di lombardi e veneti pronti a lottare per la libertà» perché «il capo dello Stato e la sinistra hanno tirato fuori il referendum per bocciare la devoluzione».
Berlusconi capisce al volo che Bossi l’ha fatta grossa e chiosa a microfoni chiusi: «Dieci? Ma se in tutto il Veneto ci sono cinque milioni di italiani...». La frittata, però, è fatta. Tanto che quando Roberto Maroni chiede al Cavaliere di chiudere la seduta gridando «Padania libera», il leader di Forza Italia se ne guarda bene. D’altra parte, sa bene che di lì a poche ore l’attenzione dei media si concentrerà sulla sparata del leader leghista e sulle prevedibili reazioni della maggioranza che faranno da controaltare alle difficoltà del governo sulla Finanziaria.

Così, parlando con i cronisti, Berlusconi smussa ancora: «Bossi usa sempre un linguaggio colorito, ma poi nella pratica ha sempre dimostrato un grande senso di responsabilità. Io gli incontri con la Lega li faccio tutte le settimane e quindi ho l’abitudine alle espressioni di Umberto. Rassicuro tutti che la Lega ha sempre avuto un comportamento estremamente corretto e responsabile». Ma dal centrosinistra piovono critiche. Con il segretario in pectore del Pd, Walter Veltroni, che chiede che del caso si occupi il Parlamento: «Si voti un documento che si proclami contro certi apprezzamenti lesivi della Costituzione e delle istituzioni repubblicane». D’accordo i capigruppo dell’Ulivo a Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro: «Porteremo le parole del leader della Lega in Parlamento».

Davanti all’assise padana, però, il leader di Forza Italia affronta molti dei temi cari alla Lega, con più di un duetto polemico con Maroni. Si parte dall’indulto, «un fallimento per lo Stato», ammette Berlusconi. Ma «c’era il rischio di rivolte sanguinose». Eppoi, «i cattolici dovevano raccogliere l’invito di Giovanni Paolo II». «Vorrai dire i democristiani», chiosa Maroni che presiede la seduta. Sul tema della sicurezza, invece, il Cavaliere si dice d’accordo con il premier francese Sarkozy, che «sta lavorando affinché vi siano controlli legati al test del Dna». Sulle moschee, invece, predica «attenzione». Perché, spiega, «la libertà di culto è fondamentale» ma «ci vorrebbe però reciprocità». Insomma, «noi lasciamo aprire in Italia le moschee, altri non lasciano aprire le chiese». Si passa al caso Alitalia («è stata gestita come un ente di assistenza, ma un Paese come il nostro non può fare a meno di una compagnia di bandiera») e alla questione Malpensa. «Abbiamo aeroporti importanti in tutto il Nord e - spiega Berlusconi - sarebbe utile metterli tutti insieme in un grande hub con un unico software per fare un grande hub del nord Italia».

Sulla Finanziaria, invece, si limita a una battuta: «Hanno detto che nella manovra ci sono cento buone notizie per gli italiani, ma agli italiani ne basta una e cioè che il governo se ne vada a casa». Anche perché, aggiunge in milanese, podem minga masai. Parole cui replica Romano Prodi. «Tutto sommato - ironizza il premier - mi sta allungando la vita di governo, visto che tutti i giorni dice che domani devo andare a casa...».