Berlusconi: no alla missione senza garanzie ai nostri soldati

Roma - Silvio Berlusconi sceglie la via del silenzio ("Voto sull'Afghanistan? Nulla di scontato, stiamo riflettendo"). E, almeno ufficialmente, si tiene lontano dalle polemiche. Al punto di rinunciare a presentarsi alla Camera per le dichiarazioni di voto sul ddl sulle liberalizzazioni come inizialmente previsto. Chi lo incontra a Palazzo Grazioli, però, racconta di un Cavaliere «seriamente preoccupato» per le sorti dell’Italia. Che sul fronte della politica estera, dice, «ha ormai perso ogni credibilità». Nelle ultime ore il leader di Forza Italia ha avuto contatti telefonici con Londra (direttamente con Tony Blair, riferiscono fonti vicine all’ex premier) e con Washington. E in tutte le sue conversazioni ha manifestato «forti perplessità» per come è stata gestita la liberazione di Mastrogiacomo e per l’incrinarsi dei rapporti con i partner internazionali, Stati Uniti e Inghilterra in testa, che sarebbero «ormai compromessi».

Se fossi stato al posto di D’Alema - è il ragionamento del Cavaliere - mi sarei già dimesso. Non è un caso che il coordinatore azzurro Bondi definisca l’atteggiamento del ministro degli Esteri «imbarazzante». Mentre l’ex ministro Pisanu arriva a parlare di «politica estera corsara». Con l’azzurro Napoli che, «visti i danni alla diplomazia italiana», chiede a D’Alema di «rassegnare le dimissioni». Così, tra il pomeriggio di mercoledì e la prima mattina di ieri, si fa avanti in Forza Italia e An l’ipotesi di non votare il decreto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan che arriverà in Senato la prossima settimana (la Lega si è già astenuta alla Camera). Perché, ragiona il Cavaliere, la situazione è cambiata e «senza dare garanzie ai nostri soldati» con regole d’ingaggio appropriate «rischiamo di essere corresponsabili» di una disfatta.

Insomma, sintetizza l’azzurro Lupi, «non possiamo continuare a usare le baionette contro i bazooka». «I nostri soldati - spiega Bonaiuti - devono essere equipaggiati con armi adeguate». E dunque, aggiunge il portavoce di Berlusconi, il voto di Forza Italia «non è scontato». Le stesse identiche parole usate qualche ora prima dal leader di An Fini, convinto che l’Italia «abbia perso ogni credibilità». Posizione simile a quella della Lega, se il capogruppo al Senato Castelli arriva a chiedere l’intervento del Quirinale. D’altra parte, in queste ore, anche la diplomazia statunitense avrebbe fatto presente al governo, ma pure all’opposizione, che il contributo italiano alla missione, così come delineato nel decreto, è «assolutamente insufficiente».

Insomma, dice la vicecapogruppo di Forza Italia alla Camera Bertolini, «sono gli Usa che stanno murando Prodi». Mentre in Forza Italia e An si inizia a ragionare su un’eventuale astensione, quasi tutti i deputati azzurri decidono di sottoscrivere una lettera-appello a Berlusconi in cui chiedono di votare «no» per «far emergere le contraddizioni della maggioranza». Iniziativa concordata con il Cavaliere («è il sentimento della gente comune, dobbiamo rifletterci seriamente») e seguita in prima persona da Bonaiuti e Crosetto, con la partecipazione attiva di Martino, Alfano, Giro, Bertolini e Prestigiacomo. Un modo anche per forzare la mano all’Udc che resta decisa a votare sì. Secondo Berlusconi, infatti, potrebbe essere la volta buona per arrivare al redde rationem con Casini. Con una tentazione: se il decreto dovesse passare con il voto decisivo dell’Udc, che a quel punto farebbe da stampella del governo - confida l’ex premier ai suoi -, «avremmo tutto il diritto di correre da soli alle amministrative». Per il momento, però, l’attenzione resta puntata su Palazzo Madama. Con il capogruppo azzurro Schifani che lavora su un ordine del giorno dove si chiede di «dotare i nostri militari di armi adeguate» che metterebbe in seria difficoltà i moderati dell’Unione. Netta la posizione dell’ex presidente del Senato. «Perché - chiede ironicamente Pera - tenere in vita un governo così screditato che dà dell’Italia la peggiore immagine dopo la caduta del fascismo?». Insomma, come dice a sera Fini, «la situazione è tutt’altro che definita ed è prevedibile che fino all’ultimo momento ci possano essere delle novità». A cominciare - aggiunge il leader di An - «dal nostro atteggiamento».