Berlusconi non cede: mi voti contro in Aula

RomaUn discorso banale, prevedibile e scontato. Silvio Berlusconi non s’aspettava niente di più e niente di meno di quello che è andato in scena a Bastia Umbra. Tanto che dell’intervento di Gianfranco Fini alla convention di Futuro e libertà segue solo alcuni spezzoni iniziali, dando fin dalla prima mattina per acquisito che il presidente della Camera non farà altro che restituirgli il cerino e cercare di creare le condizioni per una crisi.
D’altra parte, è il senso dei suoi ragionamenti nelle telefonate pomeridiane tra Arcore e Roma, che altro ci si può aspettare da uno che concorda l’intervento al congresso fondativo del suo partito non solo con Emma Marcegaglia ma anche con Pier Ferdinando Casini? Già, perché secondo il Cavaliere quanto è andato in scena a Perugia non è altro che un copione studiato nel dettaglio da chi sta lavorando al dopo Berlusconi, un’operazione complessa e articolata nella quale Fini ha solo un ruolo di «comparsa». È quello, nella testa del premier, che si presta a «metterci la faccia». Una manovra nella quale giocano un ruolo determinante non solo una parte dei poteri forti ma anche quella magistratura che da oltre un decennio tiene il Cavaliere nel mirino. Tanto che il premier è convinto che la svolta vera non sia arrivata ieri ma sia in programma per il 14 dicembre, giorno in cui - come Fini sa bene - la Corte Costituzionale boccerà il legittimo impedimento e riprenderanno i processi a suo carico.
Un copione già scritto, dunque. Tanto che letta di prima mattina l’intervista del presidente della Camera al giornale tedesco Welt am Sonntag Berlusconi dà già indicazioni chiare ai suoi: Fini andrà giù duro, replicate subito. E così avviene, fatto salvo per alcuni ministri di peso che decidono piuttosto inaspettatamente di non entrare nella contesa.
Nell’interminabile gioco del cerino, dunque, ieri l’ex leader di An ha deciso ancora una volta di rimandare la palla nel campo avverso. E il Cavaliere pare intenzionato a stare al gioco, almeno per qualche settimana ancora, così da chiudere la finestra temporale nella quale il governo tecnico sarebbe l’unica soluzione ad una crisi (da gennaio è decisamente più gettonato il voto anticipato).
Detto questo, anche Berlusconi sa bene che la manovra di accerchiamento è decisa e prepotente. Che all’operazione partecipa una parte consistente di Confindustria (che è disposta a fare da ponte con Cgil, Cisl e Uil a sostegno di un governo tecnico che sottoscriva un nuovo patto sociale), dalla Marcegaglia a Montezemolo, ma anche forze politiche dell’area del centrodestra come l’Udc. L’obiettivo di medio periodo, infatti, sarebbe quello di «sostituire» il governo Berlusconi con un altro esecutivo di centrodestra. E ad Arcore non sono passate inosservate le lodi a un ministro che Fini non ha mai gradito come Giulio Tremonti. Che, tra le altre cose, vanta un rapporto privilegiato con la Lega. Allo stesso modo, il Cavaliere non sottovaluta il silenzio del Quirinale, piuttosto irrituale nel momento in cui ci sono ministri che rimettono il mandato nelle mani del presidente della Camera. Un evidente conflitto di competenze.
Insomma, è vero che Berlusconi non ha alcuna intenzione di seguire il «consiglio» di Fini e salire al Colle per dimettersi. Aspetterà, invece, che sia il leader del Fli a ritirare la delegazione governativa e poi - probabilmente - si presenterà alle Camere per un’altra fiducia. Perché, riflette il Cavaliere, deve essere lui a votarmi contro in Parlamento e staccare la spina. Ma anche il premier sa che il fronte che gli si è schierato contro sta diventando giorno dopo giorno più ampio. E che il rischio che una crisi si risolva con un governo ponte piuttosto che con le urne aumenta di ora in ora.