Berlusconi: «Non mollo. E il Colle è di parte»

RomaSin dalla tarda mattinata, quando l’aria che inizia a tirare è quella di una bocciatura tout court del Lodo Alfano, a Palazzo Grazioli iniziano a susseguirsi vertici e incontri. E più d’una volta Silvio Berlusconi punta il dito contro il Quirinale, che in queste ultime settimane aveva rassicurato il premier impegnandosi in una moral suasion sulla Corte Costituzionale per una soluzione morbida. La scelta della Consulta, invece, è nella direzione esattamente opposta. E il Cavaliere torna d’un tratto con la mente al 1995, quando si affidò a Oscar Luigi Scalfaro che lo rassicurava e gli indicava la data delle elezioni.
Come andò a finire allora è cosa nota, come è finita ieri anche. Ed è per questo che quando commenta la sentenza è da Scalfaro che Berlusconi decide di partire. Perché, dice incamminandosi verso Palazzo Venezia dove parteciperà alla mostra Il potere e la grazia, «abbiamo giudici della Corte Costituzionale eletti da tre capi dello Stato della sinistra». Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Che, aggiunge rivolto ai giornalisti, «sapete voi da che parte sta... è espressione della vecchia maggioranza di sinistra». Una presa di posizione dura che si trasforma in un vero e proprio affondo un’ora dopo, quando i cronisti gli chiedono conto della replica del Quirinale («il capo dello Stato sta dalla parte della Costituzione»). «Mi sento preso in giro e - ribatte secco - non mi interessa quello che ha detto Napolitano».
Parole che certificano una distanza siderale tra Palazzo Chigi e Quirinale, con tanto di spiegazione visto che quel «mi sento preso in giro» dà il senso dei ripetuti contatti delle ultime settimane. Con le rassicurazioni del Colle da una parte e le perplessità del Cavaliere dall’altra, visto che a tutti i pontieri che predicavano ottimismo Berlusconi ha sempre risposto mostrando forti perplessità. Che sono diventate una quasi certezza sabato scorso, il giorno della sentenza civile contro Fininvest. Un’irritazione, quella del premier, rimasta inalterata anche dopo la telefonata di Gianfranco Fini che, è noto, con il Colle ha contatti quotidiani. Tanto che a tarda sera telefona a Porta a Porta e non si limita a confermare le sue parole. «Potrebbero essere - insiste – anche più esplicite e dirette».
Nelle riunioni fiume della giornata il premier fa il punto della situazione. Il leit motiv è sempre lo stesso, visto che la convinzione ripetuta a tutti è quella di voler andare avanti. «Certo non mi faccio fermare da una sentenza. Non è la prima e non sarà l’ultima», dice a Umberto Bossi. E così con Ignazio La Russa, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello e tanti altri che entrano ed escono senza sosta in una via del Plebiscito blindata come non mai da transenne e poliziotti per l’inaugurazione della mostra sui patroni d’Europa.
Quel che dice ai suoi, seppure più morbido nei toni, lo ripete ai giornalisti. «La Consulta non è organo di garanzia ma organo politico, dominata da undici giudici di sinistra contro quattro che non lo sono. Per questo non ho mai creduto che l’approvassero. Ma io vado avanti. Dobbiamo governare, con o senza Lodo». Insomma, «una sentenza assolutamente politica». Ed è per questo che «resteremo qui a salvaguardare l’Italia di fronte a questa sinistra che si è impadronita anche della Corte Costituzionale». Ma, aggiunge, «non ho il minimo dubbio che le accuse infondate e risibili che ancora mi vengono rivolte cadranno sotto il vaglio di magistrati onesti, indipendenti e ossequienti alla legge e alla propria coscienza».
«Volete sapere qual è la sintesi? Meno male che Silvio c’è altrimenti - conclude Berlusconi - saremmo in mano a una sinistra che farebbe del nostro Paese quello che tutti sapete». E giù con l’elenco delle presenze della sinistra nei media e nelle istituzioni: «Il 72% della stampa è di sinistra, gli spettacoli di approfondimento della tv pubblica sono di sinistra e ci prendono in giro anche con gli spettacoli comici. Senza considerare che abbiamo una minoranza di magistrati rossi che è organizzatissima e usa la giustizia a fini di lotta politica». Chissà se qualcuno gli avesse raccontato che l’ex pm di Mani pulite e oggi senatore del Pd Gerardo D’Ambrosio ha appreso la notizia a piazza Sant’Eustachio e si è lasciato sfuggire un eloquente «ma andiamo!».