Berlusconi: "Non riusciranno ad affossarmi"

Al vertice Fao un Berlusconi "di pessimo umore". I giudici
di Milano? &quot;Non hanno in mano nulla&quot;. Fini? &quot;Preferisco far finta di non capire la sua strategia&quot;. <a href="/interni/rutelli_berlusconi_condannato_non_deve_dimettersi/berlusconi-rutelli-giustizia-condanna-politica/17-11-2009/articolo-id=399771-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>Rutelli: &quot;Condannato? Non deve dimettersi&quot;</strong></a><br />

Roma - Cavaliere double face. Autentico e un po’ scanzonato, quando sta al centro del palcoscenico. Pensieroso e in silenzio stampa, quando cala il sipario. Scherza con il solito piglio, con i capi di Stato riuniti al vertice Fao. Ma rimugina a testa bassa, quando imbocca le tre rampe di scale che lo portano giù, salutando senza verve i cronisti che aggirano la zona rossa e gli sbucano dai lati.
È un premier che si sente a suo agio, nella ribalta internazionale, pronto a discutere di questioni concrete, ma senza voler abbandonare la strategia del «cucù». Ovvero, la politica delle pacche sulle spalle. Ma è anche un presidente del Consiglio «stanco dei continui attacchi», obbligato a giocare sempre in difesa per poi magari contrattaccare. Con Gianfranco Fini, tanto per rimettere il dito nella piaga, di cui continua a «non capire la strategia». O per meglio dire, preferisce ancora «far finta di non capirla». Nella speranza che sul versante giustizia, a cominciare dal disegno di legge sul processo breve, la maggioranza rimanga compatta.

Insomma, «è visibilmente stanco e il suo umore non è dei migliori», riferisce chi gli è stato vicino. D’altronde, confida il Cavaliere a uno dei suoi, «sono stato sveglio fino alle quattro di notte, costretto a confrontarmi con i miei avvocati» per via dei processi che riprenderanno a Milano. Dove «vogliono affossarmi, sperando di farmi cadere, ma non hanno niente in mano contro di me», rintuzza Berlusconi, convinto dell’esito finale: «Non mi avranno». Un punto fermo, che ritorna nella mente del Cavaliere, per nulla disposto a mollare: «Andrò avanti per la mia strada, statene certi», è il messaggio che rivolge alla sua truppa.

Ma al di là delle questioni nostrane, Berlusconi tiene aperta l’agenda estera. A testimonianza che il «legittimo impedimento» a presenziare in aula per il processo sui diritti tv Mediaset, rinviato al 18 gennaio, esiste davvero. Così, al mattino, varca il cancello della Fao, da cui uscirà a ora di pranzo, per ricevere a Palazzo Chigi il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula. Un faccia a faccia per discutere pure del delicato caso dell’estradizione dell’ex terrorista Cesare Battisti. Prima, però, al summit sulla sicurezza alimentare, Berlusconi si tuffa nei bilaterali a margine, interni ed esterni. Aprono le danze il presidente del Senato, Renato Schifani, e il ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia. Le chiudono il presidente della Commissione Ue, José Manuel Durao Barroso, il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, e il premier ungherese, Gordon Bajnai.

In mezzo, la gestione dell’assemblea. Si va così dagli abbracci a Hosni Mubarak e Muammar Gheddafi (che riceverà pure a cena) alla richiesta di «dimissioni per manchevolezza», nei confronti del segretario generale Fao, Jacques Diouf, seduto al suo fianco, reo di aver dimenticato un nome tra i partecipanti a una tavola rotonda. Una provocazione a cui il diretto interessato replica con un sorriso, facendo finta di salutare i presenti. Diuof si risiede e il premier fa la «grazia» ai presenti, evitando di leggere il discorso. «Abbiamo messo al centro del G8 dell’Aquila il problema dei soldi da trovare», ricorda. Ma adesso, convinto che il 2009 possa essere «l’anno della svolta», chiede: «C’è da lavorare perché ogni Paese si assuma questo impegno in modo preciso, con date e modalità».

Intervento sintetico per il premier, che invita gli iscritti a parlare a imitarlo, raccontando la solita barzelletta su Marx (ritornato sulla terra, in tre secondi di tempo per parlare in tv, dichiara: «Lavoratori di tutto il mondo, scusatemi»). Si ride, poi tocca a Gheddafi, di solito prolisso. «Cinque minuti per lui mi sembrano una pia speranza», pronostica il Cavaliere. Ma il Colonnello sfora di poco. «Record di brevità, resterà negli annali», commenta il premier. Lesto a mollare tutto all’arrivo di Papa Benedetto XVI: «Vado anch’io ad accogliere il pontefice, vi prego di restare ai vostri posti». Il presidente del Consiglio applaude al suo ingresso, con Gianni Letta e Gianni Alemanno nel mini corteo. Pronto a salutare come si confà Joseph Ratzinger all’uscita. Premurandosi di avvertire a uno a uno i cardinali al seguito, tra cui Tarcisio Bertone, prima che scendano dal palco: «Eminenza, attenzione allo scalino».
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