Berlusconi: "Ora passiamo ai fatti"

Il premier, applaudito durante il passaggio delle consegne, elogia Napolitano: &quot;C’è la volontà di lavorare insieme per le riforme&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=260197">Giuramento</a></strong> tra gaffe e segni della croce. La <strong><a href="/a.pic1?ID=260201">Meloni</a></strong>, il ministro più giovane: &quot;Aiuterò i veri eroi, i precari che fanno figli&quot;

Roma - Giuramento al Quirinale, cerimonia della campanella per il passaggio di consegne con Romano Prodi, primo Consiglio dei ministri e due decisi cambi di marcia: nessuna conferenza stampa o incontro con i cronisti e un lungo bagno di folla con i sostenitori che lo aspettano per oltre due ore davanti all’ingresso di Palazzo Chigi. D’altra parte, nella prima seduta del quarto governo Berlusconi, il premier è piuttosto chiaro: «Il tempo delle parole è finito, ora passiamo ai fatti». Eppoi, dirà a sera incontrando i vertici di Forza Italia a Palazzo Grazioli, gli italiani «non ne possono più di sentir recitare il catalogo dei problemi che soffocano il Paese». Un silenzio che non deve però dare l’impressione che il Cavaliere voglia rinchiudersi nel Palazzo, perdendo il contatto con la gente. Per questo, quando lascia Palazzo Chigi prima si affaccia a salutare da una delle finestre che danno su Piazza Colonna e poi esce dall’ingresso principale per stringere le mani di sostenitori e curiosi. Ai quali ripete più d’una volta che «c’è tanto da lavorare».

La linea, dunque, è chiara. Al punto che anche i ministri vengono invitati a «parlare il meno possibile». «Limitate le dichiarazioni e le interviste al minimo - dice durante il Consiglio dei ministri - e per il governo lasciate parlare Paolo Bonaiuti». Parole di elogio, poi, per il presidente della Repubblica. «C’è la volontà di lavorare insieme e - spiega ai neoministri - di fare squadra per far fronte alle esigenze del Paese e, se possibile, aprire il grande cantiere delle riforme». Anche per Romano Prodi ha parole di apprezzamento e gli concede l’onore delle armi perché con la maggioranza che lo sosteneva «era difficile far meglio».

E proprio con il premier uscente, come vuole il protocollo e come era già accaduto due anni fa a parte invertite, Berlusconi ha un lungo colloquio. Venticinque minuti nei quali la presenza di Gianni Letta e di suo nipote Enrico - rispettivamente sottosegretario alla presidenza del premier entrante e di quello uscente - rafforza ancor di più il parallelo tra i due incontri. Una chiacchierata nella quale il Cavaliere e il Professore parlano soprattutto di conti pubblici. Con Prodi che lo invita «a proseguire sulla strada del risanamento» e della «lotta all’evasione» e con Berlusconi convinto del fatto che la lotta agli evasori è e resta «una priorità» ma non senza portare «un regime di fisco equo».

Alla fine, dunque, si chiude quella che il neopremier derubrica come «pausa di riflessione del Paese». Ora, spiega ai suoi, «possiamo riprendere da dove avevamo lasciato» due anni fa. Con una coalizione - ripete il Cavaliere nelle conversazioni private - che ha il «valore aggiunto» di non essere più prigioniera dell’Udc che «troppe volte ha tirato il freno». Anche per questo ha voluto un Consiglio dei ministri del quale sa di potersi fidare e dove potrà sciogliere lui in prima battuta tutti o quasi tutti i nodi che si verranno a presentare. È «arrivato il momento», spiega durante il Consiglio dei ministri, di «prendere delle decisioni» e di «prenderle in fretta» perché gli italiani «non sono disposti a perdonarci alcun passo falso». Una riunione, quella a Palazzo Chigi, più che altro organizzativa e nella quale vengono formalizzate le nomine di Letta a sottosegretario alla presidenza e di Mauro Masi a segretario generale della presidenza del Consiglio.

Berlusconi, poi, ricorda «le sfide» che attendono il governo: cita fra gli altri il problema dei rifiuti, la difficile situazione economica, la vicenda Alitalia. E ribadisce quanto detto più volte in campagna elettorale, cioè le difficoltà che si avranno di fronte e il rischio di dover fare anche scelte impopolari. Poi, il rientro a Palazzo Grazioli per cercare di chiudere il cerchio sulla squadra di governo, con la tentazione di azzerare i viceministri (che suscitano gli appetiti maggiori) e nominare solo sottosegretari, da molti considerato un incarico di serie B.