Berlusconi: "Ora siamo inaffidabili" Ma Boselli critica "l’ingerenza Usa"

Il leader della Cdl è felice per il giornalista ma preoccupato per i danni alla nostra immagine

Roma - «Felice, molto felice» per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo, ma anche «seriamente preoccupato perché l’Italia rischia adesso di apparire ancor più «inaffidabile» e per il «danno d’immagine» che deriva dalle reazioni di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Olanda al rilascio del giornalista italiano. Ora, secondo parole attribuite all’ex presidente del Consiglio da chi ha avuto modo di parlargli, queste reazioni «rischiano di mettere in crisi i rapporti diplomatici e di isolare l’azione dei nostri servizi segreti».
Per il presidente della Camera Fausto Bertinotti, invece, «la trattativa è un grande fatto di civiltà e se riesce si deve dire semplicemente chapeau». Vale anche quando, come nel caso dei talebani, non si tratta di semplici guerriglieri nazionalisti, ma di integralisti dai valori antitetici alla civiltà? Questione terribile, in un labirinto terribilmente complesso come quello afghano. «Ma non si può certo pretendere che con una trattativa specifica per salvare una vita umana venga risolto il problema dell’Afghanistan», taglia corto Bertinotti.
Il «caso Mastrogiacomo» piomba così pesantemente sul dibattito in aula al Senato per il rifinanziamento della missione italiana (voto finale martedì 27). Condizionato dalla forte irritazione americana e britannica, accresciuta dalla proposta di Fassino di far sedere i capi talebani a una futuribile Conferenza di pace. In ballo c’è allora il riconoscimento politico a quella «nebulosa» composta di «terroristi, narcotrafficanti, capi tribali e integralisti islamici», per dirla con il sottosegretario agli Esteri, Intini. Altro che il «gioco di squadra» vantato dal premier Prodi, secondo il quale avrebbero «collaborato» alla liberazione del giornalista tutte le forze in campo. Il governo è stato sconfessato dagli Usa e la dichiarazione, sia pure non ufficiale, ha suscitato imbarazzi a Palazzo Chigi e al Quirinale. Con il ministro della Difesa, Parisi, sulla soglia delle dimissioni.«Polemiche dopo i sequestri ci sono sempre state», minimizzano fonti governative e ambienti del Quirinale. Ma, come ha ben detto in aula il senatore Udc D’Onofrio, stavolta alla «gioia umana» va unita la «forte perplessità politica» per una vicenda che riporta alla memoria il «caso Moro» e la «linea della fermezza» nei confronti dei terroristi.
Graffiante e doloroso il sarcasmo dell’ex presidente Francesco Cossiga, già ministro dell’Interno quando Moro fu rapito: «Ci fosse stato D’Alema al posto di Berlinguer! In fondo che cosa chiedevano le Br, se non il riconoscimento politico che oggi il governo ha dato ai signori talebani e al suo alleato potente Al Qaida? Che cosa chiedevano le Br se non la scarcerazione di due o tre combattenti, per di più malati? Nulla erano, rispetto ai cinque leader politico-religiosi-militari dei signori talebani... Ah, se ci fossi stato tu, D’Alema, io non mi sarei svegliato di notte gridando: “Ho ucciso Moro!” e avrebbero risparmiato a me, Andreotti e Zaccagnini di definirci assassini...».
Il governo esce dalla vicenda con l’ennesima ammaccatura e una linea non proprio smagliante. Non basta dire, come la capogruppo ulivista Finocchiaro, che si tratta di «accuse pretestuose», in quanto anche il precedente governo ha liberato ostaggi italiani grazie a trattative condotte attraverso «canali non ufficiali». La realtà è piuttosto quella messa a nudo dal socialista Boselli, quando, stigmatizzando «la grave ingerenza Usa», rileva che «proporre i talebani al tavolo di pace, come ha fatto Fassino, ha dato un colore politico a una trattativa che era rivolta soltanto a riportare a casa l’inviato di Repubblica».