Berlusconi: «Il partito unitario l’hanno già fatto i nostri elettori»

Bruno Vespa

Superato il disagio di correre «con chi non credeva in me» («Non si può scendere in campo con la stessa squadra che ha litigato negli spogliatoi»), Berlusconi ha cominciato a lavorare sul serio all’ipotesi di partito unico. «Il partito unitario del centrodestra esiste già ed è quello dei nostri elettori. I quali, per la gran parte, non riescono a individuare forti differenze di identità tra i partiti della Casa delle libertà, con l’eccezione della Lega, che ha una visione romantica dell'autonomia e dell’antipolitica». Il Cavaliere vuole, dunque, partire dal basso: «Vedo nascere come fatti spontanei questi “Circoli della libertà” o “del Buongoverno”. In molte realtà comunali questo cammino è già incominciato. Man mano che il governo Prodi commette errori, le file dei nostri sostenitori si ingrossano, l’opposizione si rafforza e getta le basi per costituire una rinnovata forza di governo. Abbiamo avviato la nuova strategia nell’autunno del 2006, contrastando la pessima legge Finanziaria del governo Prodi. In Parlamento abbiamo presentato emendamenti “mirati”, cercando di fare breccia anche nelle difficoltà e nell’imbarazzo della parte moderata della maggioranza. Al tempo stesso abbiamo assicurato il nostro sostegno nelle piazze delle città italiane alle manifestazioni di artigiani, professionisti, commercianti, uomini e donne di scuola che non vogliono vedere distrutte le nostre riforme e temono per le penalizzazioni fiscali».
Alla fine del 2006, tuttavia, l’unico partner disposto ad aprire un percorso verso il partito unico è Alleanza nazionale. «Inizialmente questa ipotesi era stata sottoscritta da tutte le componenti della Casa delle libertà, tranne la Lega, per la sua base regionale. Poi l’Udc ha cambiato strategia, isolandosi. Non si è potuto quindi realizzare il nostro progetto di trasformare la coalizione in federazione».
Qual è la differenza?
«Nella coalizione è sufficiente che un partito si opponga a un certo provvedimento perché questo non vada avanti. Nella federazione, vale la regola della democrazia: su ogni decisione si vota a maggioranza qualificata e la minoranza si impegna ad accettare le decisioni degli altri. Nella passata legislatura, molti provvedimenti che intendevo varare sono stati stoppati dal dissenso anche di uno solo degli alleati».
Che cosa intende per «maggioranza qualificata»?
«Fossimo in sette, poniamo, il parere di cinque su sette, o comunque un voto che rappresenti l’80 per cento dei nostri elettori».
Sa cosa dice Casini? Che, comunque cambi il sistema astrale, lei è sempre al centro come il sole. Anzi, il Re Sole, visto che Forza Italia conserva una struttura monarchica.
«Io sarei un monarca? È vero esattamente il contrario. In nome della compattezza della coalizione e del mantenimento in vita del governo, ho dovuto rinunciare a tante iniziative...».
Non trova che Forza Italia in alcune situazioni locali abbia preso il vizio dei vecchi partiti? Giochetti di potere, ras poco credibili...
«Anche Forza Italia si è, come dire?, secolarizzata. Dopo dodici anni, persone che erano entrate nel movimento sull’onda dell’entusiasmo sono diventate professionisti della politica e, come accade negli altri partiti, per difendere piccole posizioni di potere locale hanno chiuso le porte alle nuove forze che vorrebbero impegnarsi».
Pensa di riaprire quelle porte?
«Assolutamente sì. La voglia di partecipazione è tornata enorme. Ma un più grande partito della Libertà sta nascendo dal basso, promosso dal popolo della Libertà. Molti circoli di Forza Italia, di Liberal, del Buongoverno si stanno riconvertendo come basi di un movimento che ha, come “manifesto”, quello del Partito popolare europeo».
Chi entra?
«Chi vuole partecipare per la prima volta alla vita politica, ma anche chi ha creduto e crede in Forza Italia, in An e nei nostri valori liberali. Sarà sempre più difficile per l’Udc restarsene isolata».
A proposito di Udc, lei ha avuto colloqui con Casini anche nell'autunno del 2006. In che cosa si differenziano le vostre posizioni? In che cosa Casini vuol distinguersi da lei?
«Mi dispiace che Casini non sempre corrisponda al nostro spirito di collaborazione. Due partiti che hanno in comune molte cose, a cominciare dall’appartenenza al Ppe, dovrebbero lavorare insieme. Proprio in nome di questo spirito, nella passata legislatura, l’Udc con il 3,2 per cento dei voti ha ottenuto il 7 per cento dei deputati, l’8 per cento dei senatori, un vicepresidente del Consiglio e i ministri che ha richiesto, Buttiglione è stato premiato con la candidatura a commissario europeo e Casini è diventato presidente della Camera, la terza carica istituzionale della Repubblica. E, come carica istituzionale, Casini ha evitato tutti gli schizzi di quel fango che, invece, si è concentrato su di me. Oggi bisognerebbe domandarlo a Pierferdinando in cosa si differenzia da noi, anche perché, fortunatamente, constato che i comportamenti parlamentari di tutta l’opposizione sono coerenti e omogenei. Abbiamo in comune non solo i valori di fondo che ci guidano, ma anche l’obiettivo politico di battere questo governo e, nel frattempo, di limitare il più possibile i danni che la politica della sinistra sta facendo al paese. Per questo non capisco gli obiettivi politici dell’Udc. Ma ridurre la questione a meri personalismi mi pare cosa ingiusta nei confronti della dignità politica dei suoi leader».
Se le elezioni politiche avvenissero in tempi ragionevoli, lei penserebbe di ricandidarsi alla guida del governo?
«In questo momento il mio ruolo di leader della coalizione non appare fungibile. Anche gli altri protagonisti della Casa delle libertà riconoscono che, senza di me, la coalizione si dissolverebbe. Certo, ci sono altre personalità all’interno di Forza Italia, che è il partito di maggioranza nella coalizione al quale spetta, come avviene in tutte le democrazie, di indicare il candidato alla guida del governo. Quanto a Forza Italia, il partito si sta rinnovando, ascolta di più la base e sta aprendo le porte a chi ha degli ideali e non l’obiettivo di diventare un politico di mestiere».
I suoi rapporti con Prodi come sono?
«Se dobbiamo guardare a ciò che appare, sono stati cordiali. Non ricordo un solo diverbio, una sola discussione. Quando lui era presidente della Commissione europea e io presidente del Consiglio europeo, ha sempre manifestato un atteggiamento di adesione alle mie dichiarazioni, come dimostrano le conferenze stampa che abbiamo tenuto insieme. Non so se mi apprezzasse davvero, ma l’atteggiamento esterno era questo».
Da quando ha vinto le elezioni, tuttavia, non mi pare che l’atteggiamento del governo sia improntato alla massima collaborazione...
«Direi che è l’opposto. Per non parlare del disegno di legge contro Mediaset. Una democrazia non è più tale se una parte politica, conquistato il potere, lo usa contro l’altra parte e aggredisce il leader dell’opposizione nelle sue proprietà private. Quanto al normale comportamento del governo, procede su quasi tutte le leggi a colpi di fiducia...».
Anche voi non scherzavate.
«Noi abbiamo chiesto 46 voti di fiducia in cinque anni. Loro hanno cominciato con 7 voti di fiducia nei primi settanta giorni...».
Ha mai pensato di far parte di una Grande Coalizione, se il governo dovesse incontrare difficoltà non più ripianabili? «Credo di essere l’uomo che ha concretamente consentito la realizzazione di un vecchio sogno della politica italiana: la democrazia dell’alternanza. Ma per ciò che si è verificato con le elezioni del 2006, e con un’Italia spaccata a metà, il bipolarismo non consente a nessuno di avere un governo forte. Ciascuno dei due schieramenti deve fare i conti con le estreme. Naturalmente sta peggio la sinistra, dove i massimalisti hanno un peso enorme. Stiamo meglio noi, perché la Lega è cambiata e non si occupa più soltanto di Lombardia e di Veneto, ma anche di Puglia e di Sicilia. Se i Ds facessero a meno del «correntone» di sinistra, se la Margherita perdesse, che so, la Bindi e l’ala più radicale, forse si creerebbero le condizioni per una Grande Coalizione capace di guidare l’Italia su una strada di sviluppo e di modernità. So che è difficile, ma così non si va avanti».
Potrebbe essere Mario Draghi a presiedere un governo del genere?
«Non ha senso fare nomi per una mera ipotesi a oggi ancora irrealistica».