Berlusconi: "Al primo voto contro tutti a casa"

Il premier non ha alcun timore sulla sfiducia al sottosegretario Caliendo. E ai senatori del Pdl confida: "Il capo
dello Stato? Eletto dalla sinistra. La situazione non ci lascia
tranquilli". Equilibri: le poltrone di Scajola, Brancher e Cosentino possono far gola ai moderati di Futuro e libertà

Roma - Stop. Basta polemiche, basta affondi, basta ultimatum. Chiusa la settimana del redde rationem si ricomincia con la solita partita a scacchi che accompagna ormai da mesi Berlusconi e Fini. Domani, infatti, la mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo non sarà il banco di prova che qualcuno aveva immaginato. E il «generale agosto» aiuterà la maggioranza a scavallare l’estate e arrivare a settembre. A quel punto è probabile che qualcosa succeda, perché un partito - il Pdl - che conta due gruppi parlamentari - Pdl e Fli - è un’anomalia che non può durare.

Così, cosciente che lo show down vero e proprio dovrà aspettare, da Arcore anche il Cavaliere invita i suoi alla prudenza. Per non «spaventare» l’elettorato e perché deve essere chiaro che «non siamo noi i responsabili di un’eventuale crisi». Ed è proprio per questo che Fini ha già deciso di non raccogliere il guanto di sfida su Caliendo. Il gruppo finiano potrebbe astenersi, uscire dall’aula o presentare una sua mozione più morbida, strade che eviterebbero di mostrare le divisioni interne. Su Caliendo, infatti, la pattuglia finiana ha posizioni diverse e dare un segnale di divisione al primo test parlamentare non sarebbe una bella immagine. Anche per questo nei giorni scorsi Berlusconi aveva auspicato con i suoi un «voto chiaro», per far diventare la mozione di sfiducia una sorta di prova generale dei rapporti di forza tra Pdl e Fli visto che al premier tutti continuano a ripetere che una cosa sono i numeri dei gruppi finiani - 33 deputati e 10 senatori - altra è quanti effettivamente voteranno contro il governo. Argomentazione che convince poco Berlusconi, cosciente che l’eventualità di una crisi dopo l’estate non si può più escludere.

Ma deciso a non farsi più logorare. Per questo su un punto il Cavaliere è chiarissimo: con i finiani si può pure trattare come facciamo con la Lega, ma al primo accordo che salta il discorso è chiuso, non ci saranno altre possibilità, li considereremo parte dell’opposizione. Un ragionamento fatto sulla scorta di quanto accaduto sul ddl intercettazioni e ribadito in serata durante un cocktail a Roma con i senatori del Pdl: «Al primo incidente si va a votare». D’altra parte, è il ragionamento del Cavaliere, «non potevo andare avanti a farmi logorare». Perché, dice ai senatori, la sensazione è quella di «essere imprigionati» anche su altri fronti. Ce l’ha con il Quirinale, visto che «subiamo un capo dello Stato nominato dalla sinistra» che «vuole decidere anche gli aggettivi» dei provvedimenti di legge che «nascono cavalli purosangue» e «escono ippopotami». E pure con la Consulta «composta al 90% da giudici di sinistra». Insomma, «una situazione che dal punto di vista democratico non lascia tranquilli». Tutte frasi che Palazzo Chigi smentirà a tarda sera.

Anche per questo, forse, Berlusconi ha deciso di cementare ancor più l’asse con la Lega, alleato chiave per dire «no» a un governo tecnico qualora si arrivasse alle consultazioni al Quirinale. E chissà se è un caso il fatto che il federalismo municipale rispetterà i tempi previsti dall’accordo con l’Anci e arriverà in Consiglio dei ministri domani. Un appuntamento importante anche per capire se sarà finalmente nominato il successore di Scajola. Se ancora una volta la pratica dovesse essere rinviata (a questo punto a settembre) è chiaro che la sua poltrona, insieme a quella di Cosentino e Brancher e alle presidenze di alcune authority in scadenza (Consob e Autorità per l’energia) potrebbero allettare l’ala più moderata dei finiani. Magari proprio quei «cinque parlamentari» che, racconta il Cavaliere al cocktail, «mi hanno chiamato per assicurare lealtà al governo e al programma».