Berlusconi: "Un Prodi bis è impensabile"

Per il Cavaliere è «inutile tenere in vita artificiosamente un esecutivo morto». Il leader della Casa delle libertà aspetta al varco l'Unione e guarda con favore a Marini come premier di un esecutivo istituzionale

Roma - Che Silvio Berlusconi se l’aspettasse è difficile a dirsi, ma che ci sperasse è probabile. Già da martedì pomeriggio, infatti, il Cavaliere sapeva della decisione di Sergio Pininfarina di presentarsi al Senato e astenersi (che a Palazzo Madama equivale a un voto contrario), un’operazione messa a segno da Renato Schifani con il contributo decisivo dell’ex premier. Non è un caso che Fabrizio Cicchitto si lasci scappare soddisfatto che «almeno per una volta si è riuscito a mantenere un segreto». Ma che davvero il leader di Forza Italia ci credesse è improbabile, altrimenti avrebbe seguito la votazione passo dopo passo davanti al televisore. Così, a Palazzo Grazioli la macchina organizzativa si mette in moto una buona mezz’ora dopo la débâcle del governo. Con un via vai di auto blu e telecamere che non si vedeva dai tempi in cui Berlusconi sedeva ancora a Palazzo Chigi.
Il Cavaliere, però, con i suoi predica «prudenza», perché - ripete più d’una volta - «non dobbiamo essere noi a forzare la mano» visto che «si sono rovinati da soli». Considerazioni che arrivano dopo un «cordiale» colloquio telefonico con Giorgio Napolitano, che già oggi il Cavaliere potrebbe vedere al Quirinale. «Il capo dello Stato - dice Berlusconi a chi lo incontra a Palazzo Grazioli - saprà trovare la soluzione migliore». Insomma, pur considerando le elezioni anticipate la strada più percorribile, Berlusconi è molto cauto. «Proporle - confida ai suoi - significherebbe ricompattare la maggioranza». Così, nei pochi minuti in cui si concede ai giornalisti per una breve dichiarazione, si guarda bene dal prospettare scenari futuri. «A Prodi incombe l’obbligo di rassegnare immediatamente le proprie dimissioni», si limita a dire citando le parole usate da Massimo D’Alema nella sua replica al Senato («per ragioni di coerenza politica, di coerenza istituzionale, di coerenza etica»). Come fa notare più tardi Paolo Bonaiuti, «nessun accenno a passi successivi», che siano elezioni anticipate o governi tecnici. D’altra parte, ripete ai suoi il Cavaliere, «il cerino ora ce l’hanno in mano loro». E per il ministro degli Esteri l’ex premier ha parole di apprezzamento (è stato intellettualmente onesto) ma anche di dura critica («troppo sprezzante» nella sua replica). Poi, con la stampa il Cavaliere sottolinea come «la politica estera e di difesa» sia «la principale ragion d’essere di un governo e di una maggioranza». Insomma, «Prodi e D’Alema hanno chiesto il consenso al Parlamento» e «non l’hanno ottenuto». Il governo «è stato clamorosamente bocciato» e per questo «il Paese è stato esposto ad una grave umiliazione internazionale». Insomma, solo «grazie all’opposizione» è stata mantenuta «la credibilità italiana di fronte agli alleati». «Noi - dice ai cronisti Berlusconi - abbiamo votato a favore della missione in Libano e del rifinanziamento della missione in Afghanistan, dimostrando un tenace e coerente attaccamento ai principi di responsabilità nazionale che devono guidare una classe dirigente». E così è andata per «l’allargamento della base americana di Vicenza».
Politica estera a parte, il Cavaliere è però convinto che quello del Senato sia un voto contro l’azione complessiva del governo Prodi. Ragionamento che si riassume con l’equazione dell’azzurro Osvaldo Napoli. «Sono stati decisivi - spiega - Cossiga, Andreotti e Pininfarina. Che traducendo significa gli Stati Uniti, il Vaticano e una parte della Confindustria». Anche per questo Berlusconi è decisamente contrario a un Prodi-bis, perché «non si può tenere in vita artificiosamente un governo morto». Sarebbe, dice durante il vertice di Palazzo Grazioli, «una minestra riscaldata». Oltre alla via delle elezioni anticipate (su cui spinge l’acceleratore Umberto Bossi, ma su cui frena Pier Ferdinando Casini), l’altro scenario a cui guarda il Cavaliere è quello di un governo istituzionale, con la stessa maggioranza di quello attuale ma con un altro premier. E il pensiero, dice chi ha passato il pomeriggio a via del Plebiscito, va a Franco Marini, che oltre ad avere un ottimo rapporto con Berlusconi se andasse a Palazzo Chigi libererebbe anche la poltrona di presidente del Senato (magari a vantaggio dell’opposizione). Poco praticabile, invece, appare l’ipotesi delle larghe intese che necessariamente escluderebbe la sinistra radicale. «Difficile - fa notare l’azzurro Giorgio Stracquadanio - che Ds e Margherita possano fare i soci di minoranza in un esecutivo con Forza Italia, An e Udc».