Berlusconi punta tutto su una fiducia al Senato per blindarsi dai ribaltoni

Il premier pensa a un patto di fedeltà a Palazzo Madama per allontanare
l’ipotesi esecutivo tecnico. Camera, Napolitano avverte: "Con 307 voti
non c’è maggioranza"

Roma - «Alla Camera 307 voti non sono certo la maggioranza». Il messaggio Giorgio Napolitano l’ha affidato qualche giorno fa a un membro del governo, segno evidente del fatto che di questi tempi non sono Berlusconi e Fini gli unici a giocare con il pallottoliere. Anche se ad Arcore la riffa di Montecitorio fa segnare numeri diversi: dal più pessimistico 308 al forse troppo ottimistico 316. Si vedrà.
Di certo c’è che Berlusconi ha iniziato a spostare l’attenzione sul Senato, seconda ruota del lotto della crisi. Nel senso che la fiducia di Palazzo Madama al governo martedì prossimo è data per scontata mentre sono da verificare con attenzione i numeri che potrebbe raccogliere un eventuale esecutivo tecnico o di salvezza nazionale. Alla Camera ci sono, al Senato pare di no. E se l’argine di Palazzo Madama tiene il risultato di una crisi non potrebbero che essere le elezioni anticipate. Anche per questo il Cavaliere passerà il ponte dell’Immacolata a Roma: ha già messo in calendario una riunione con i deputati del Pdl domenica e con i senatori lunedì, vigilia della fiducia. Ed è chiaro che non ci si limiterà a scambiarsi gli auguri.

Il premier, infatti, continua ad essere deciso ad andare fino in fondo, perché l’ipotesi di un Berlusconi bis - con conseguente rimpasto - che già lo convinceva poco qualche settimana fa ora pare non lo convinca affatto. Fidarsi di Fini, è il senso dei suoi ragionamenti, sarebbe un suicidio. Così, non sembra sposti molto l’ennesimo rilancio di Italo Bocchino che ieri invitava il Cavaliere a dimettersi prima del 14 dicembre per poi avere il reincarico, allargare la maggioranza a Fli e Udc e «durare fino al 2013». Nel momento in cui lascio anche per un solo istante Palazzo Chigi, è la convinzione del premier, «quelli mi saltano addosso». Insomma, a quel punto, meglio cadere alla Camera in modo che «ognuno possa assumersi le sue responsabilità». Già, perché nonostante il Cavaliere continui a mandare messaggi - ancora ieri a tarda sera in un collegamento telefonico con una manifestazione del Pdl in Emilia si è detto convinto che avrà la fiducia - rassicuranti sa bene che i numeri sono sul filo e che, almeno ad oggi, tutto può succedere. Compresa l’ipotesi di una fiducia di Montecitorio che sia tecnica e non politica, nel senso che la mozione delle opposizioni non passa ma solo grazie alle assenze e con la maggioranza che resta sotto la fatidica quota 316.

Ed è per tutte queste ragioni che Berlusconi si sta concentrando su Palazzo Madama, perché se a Montecitorio si dovesse aprire la crisi il premier sa bene che esiste il rischio concreto che alcuni senatori del Pdl che martedì prossimo gli voteranno la fiducia possano poi decidere di sostenere un altro governo. D’altra parte, basterebbe uno spostamento di cinque senatori per dare a un eventuale esecutivo tecnico i 158 voti necessari a incassare la fiducia del Senato. Algebricamente sufficienti ma non politicamente, visto che difficilmente Napolitano darà il suo benestare a un governo che non abbia una maggioranza almeno vagamente stabile. Senza considerare il problema di individuare il nuovo presidente del Consiglio in un momento tanto delicato per l’economia globale (pare che Draghi abbia già fatto sapere al Colle di non essere disponibile senza la garanzia - che nessuno può dargli - di durare fino al 2013). Così, ci sta che Berlusconi abbia raccolto con un certo interesse l’idea di alcuni senatori che gli hanno proposto di raccogliere le firme del gruppo di Palazzo Madama per un «patto di fedeltà». Una dichiarazione preventiva contro «ogni forma di ribaltone e tradimento della volontà popolare» che avrebbe un forte potere deterrente anche nei confronti del Quirinale se si aprissero le consultazioni.
E forse è anche perché il Cavaliere continua a tirare dritto - «non posso farmi ricattare da Fini e Casini» - che nel Fli e nell’Udc inizia a serpeggiare un certo nervosismo. Al punto che il leader centrista - facendosi un po’ prendere la mano rispetto ai suoi consueti toni misurati - è arrivato a definire il premier «catacombale». Se la crisi aperta da Fini e sostenuta da Casini portasse infatti alle urne, difficilmente Fli e Udc andrebbero all’incasso in termini di voti. E nel frattempo Berlusconi sta già guardando alla campagna elettorale, tanto che ieri sera non ha mancato di puntare il dito contro «chi ha tradito gli elettori per formare un’alleanza anomala con la sinistra».