Berlusconi: «La Rai mi aggredisce tutti i giorni»

Massimiliano Scafi

da Roma

In tv col Molleggiato? Un duetto davanti al pianoforte? Chissà. Intanto, prima di questo fantapolitico colpo di scena, prima di decidere se formare la strana coppia e battere il record mondiale dell’Auditel, Silvio Berlusconi preferisce andare al sodo e difendersi «dall’ennesimo attacco della sinistra». Sarei io, dice, il gran burattinaio dell’informazione? Io, il controllore di sei reti televisive? Proprio io, s’inalbera, che vengo «quotidianamente aggredito dal sistema della comunicazione, in tv e sui giornali?». La verità, sostiene, «è un’altra ed è sotto gli occhi di tutti, basta guardare la Rai». Parole dure, seccate, dalle quali sembrerebbe difficile ipotizzare un’apparizione del premier nello show di Celentano. Tanto più che Rockpolitik per il Cavaliere, «è solo l’ultimo episodio» di una serie lunghissima che vede «l’operato del governo e del presidente del Consiglio sistematicamente attaccato» dal mondo dei mass media.
Attaccato da tutti, insiste il Cavaliere: dai quotidiani, dai telegiornali ma anche «dalle trasmissioni d’intrattenimento». E butta giù un elenco di nomi: «Serena Dandini e Sabina Guzzanti, Gene Gnocchi e Enrico Bertolino, Dario Vergassola, Corrado Guzzanti e altri che cerco di non tenere a mente. Oltre, è ovvio, Rockpolitik». Cos’è, un’altra lista di prescrizione. come dice Romano Prodi? No, sono «quelli che fanno battute contro di me». Insomma, «non c’era certo bisogno di Adriano Celentano per avere delle ventate di libertà in televisione, basta sintonizzarsi ogni giorno sui canali della Rai».
Dopo tre giorni di silenzio, lo sfogo consegnato all’ultimo libro di Bruno Vespa segna dunque un cambio di strategia del premier. Aveva deciso di lasciar perdere, di non commentare la bollente puntata di giovedì di Rockpolitik, di non rispondere al ritorno in video di Michele Santoro. L’unica replica era stata affidata a Sandro Bondi, che aveva sottolineato come la presenza in tv del ragazzo della via Gluck fosse l’esempio della libertà di parola che oggi vige in Italia. Invece ora, proprio mentre la questione della par condicio sta per rientrare nel dibattito politico, sceglie di partire all’attacco. «Mi accusano - dice a Vespa - di controllare le principali sei reti televisive nazionali, mentre la verità è sotto gli occhi di tutti: l'intero palinsesto di Rai 3 è mirato contro il presidente del Consiglio e contro il governo, l'informazione di Canale 5 dà spesso più spazio alle ragioni dell'opposizione piuttosto che alle nostre, Tg1 e Tg 2 sono abbastanza equilibrati. C'è solo il Tg4 dalla nostra parte, con Emilio Fede che tuttavia non ha mai offeso nessuno dell'opposizione». Insomma, altro che monopolio, «i telegiornali sono quasi tutti contro di me».
Ma, avverte Berlusconi, «sono soprattutto le trasmissioni di intrattenimento, quando si occupano di questioni sociali e politiche, a riservare più critiche che non riconoscimenti al governo». Per non parlare «della stampa quotidiana». «Io non pretendo - spiega il presidente del Consiglio - un sistema dell'informazione che ci elogi. Ma denuncio le falsificazioni dell'opposizione sul nostro lavoro che vengono presentate come verità senza alcun contraddittorio».
E cita «due esempi» significativi. Il primo riguarda la riforma Moratti della scuola. «Quando la legge fu approvata - ricorda- la sinistra scatenò una dura campagna incolpandoci di aver abrogato il cosiddetto tempo pieno. Non era vero, ma la stampa e la televisione presero per buona questa affermazione senza neppure verificarla e fummo costretti per mesi a difenderci da questa falsa accusa». Niente di strano, tutto sommato: «È questo il metodo abitualmente adottato dalla sinistra: quello di ripetere continuamente una menzogna sino a farla apparire verità».
Secondo esempio, la manovra di bilancio. «Lo stesso metodo - dice ancora il premier - viene adottato contro ogni nostra legge finanziaria: dal 2001 ad oggi continuano ad accusarci di aver tagliato la spesa sanitaria, mentre la verità è che in questi cinque anni l'abbiamo aumentata di quasi il cinquanta per cento, passando da 65 a 93 miliardi di euro. Ma questa realtà - conclude - farà fatica a trovarla sui giornali o in tv».