Berlusconi rapinato: è una decisione bomba

I gatti che stanno dando la caccia al topo Silvio provano a intaccare le sue riserve. Un consiglio? Anziché pagare chiuda la Mondadori e la consegni a De Benedetti. <strong><a href="/interni/pagare_o_aspettare_ecco_cosa_fara_fininvest/10-07-2011/articolo-id=534112-page=0-comments=1" target="_blank">Pagare o aspettare, ecco cosa farà Fininvest</a></strong><br />

Lo schiaffone era previsto e non si poteva schivare. Quando sono i giudici a me­nare le mani, non c’è salvez­za. Sono forti e decisi, loro. Se poi la fac­cia da colpire è quella di Silvio Berlusco­ni, diventano irresistibili. E giù botte. Con una violenza da tramortire un to­ro. Come fa un’azienda che vale 300 mi­lioni di euro o poco più a sborsarne sul­l’unghia 550­ 560 per risarcire Carlo De Benedetti? E perché risarcirlo? Si dà il caso che l’Ingegnere non fos­se riuscito ad acquistare la Mondadori (venti anni or sono). Berlusconi lo bat­té in volata e gliela soffiò, ovviamente pagandola. Seguì una bega infinita tra i due imprenditori. Avvocati, giudici, cause, ricorsi. La solita trafila italiana. Un processo dà ragione a una parte, un secondo processo dà ragione all’al­tra.

E avanti con le pandette per lustri e lustri. Si giunge in Cassazione (procedi­mento penale). La cui sentenza affer­ma: alla base dell’affare conclusosi a fa­vore del Cavaliere ci fu corruzione. Di chi? Di uno dei tre magistrati chiamati a giudicare. Dal che si evincerebbe che Silvio è scemo. Difatti il collegio di magistrati inca­ricato di stabilire chi avesse torto e chi ragione era composto di tre persone, bisognava corromperne almeno due per avere la certezza di cavarsela. Cor­rompendone solo una, c’era il rischio di perdere due a uno. Nella circostan­za Silvio vinse tre a zero. Quindi cor­ruppe tutti e tre i giudici? No, confer­ma la giustizia: solamente uno. Se è co­sì, Berlusconi è fesso. Dato che non lo è, anzi, passa per essere più furbo del diavolo, significa che così non è. Non importa. Lo schiaffone glielo hanno ammollato lo stesso.

Lui è obbligato a scucire 550 milioni di euro. Uno spro­posito, benché la somma sia inferiore di 200 milioni rispetto al verdetto di primo grado. Chi osa parlare di sentenza politica viene insultato o deriso, che è pure peggio. In re­altà dice il vero. Intanto perché il Ca­valiere è un politico e non credo che si possa negarlo. Poi perché non è un politico qualunque, ma il pre­mier e il leader del maggiore partito italiano, il Pdl, notoriamente impe­gnato - con risultati pari a zero - nel­la riforma della giustizia, ciò che fa imbestialire un discreto numero di appartenenti alla casta giudiziaria, i quali non sarebbero contrari a tale riforma: semplicemente aspirereb­bero a farsela da soli, su misura per loro, forse non riconoscendo al pre­sidente del Consiglio la capacità di realizzarne una che vada bene alle toghe. Cosicché tra magistrati e Berlusco­ni è in atto non una disputa dialetti­ca, bensì un duello all’ultimo san­gue.

Nel quale - se ci è concessa la metafora - Silvio è un topo veterano, rotto a ogni astuzia, e i magistrati so­no i gatti che gli danno la caccia, co­stringendolo a nascondersi come può, anche dietro qualche leggina ad personam, nei momenti di dispe­razione. D’altronde per non finire in bocca ai felini, di cui è famosa la spietatez­za, il sorcio ha il diritto di rintanarsi dovunque. Per quanto stanco di es­sere inseguito, il topo sembra im­prendibile. E i gatti, sempre più ner­vosi, hanno intuito che per acchiap­parlo è necessario indebolirne la fi­bra. Come? Intaccando le sue riser­ve alimentari. Ecco fatto. Berlusco­ni, minacciato nelle sue aziende, si sente smarrito. Nessun imprenditore ha nel cas­setto 550 milioni di euro.

Di sicuro il Cavaliere ha un patrimonio immobi­liare­e mobiliare sufficiente per fron­teggiare qualsiasi evenienza. Ma chiunque comprende che non sarà facile neppure per lui, considerato tra i più ricchi del mondo, disporre in fretta di oltre mille miliardi di lire fuori corso da pagare sull’unghia. Non solo. La sentenza che ordina un esborso di tale portata è un segnale inquietante: potrebbe essere l’ini­zio di un assedio senza requie fina­lizzato a demolire l’impero e far sì che il padrone rimanga sotto le ma­cerie. È un’ipotesi, ma non tanto pe­regrina. Se fossimo al posto di Berlusconi, invece di aprire il portafogli, chiude­remmo la Mondadori e la consegne­remmo, opportunamente impac­chettata, a De Benedetti: tienitela. Ignoriamo le norme specifiche in materia civile, ma, se fosse lecito, co­me alternativa ripiegheremmo sul fallimento e ne scaricheremmo le re­sponsabilità su chi ha fissato un ri­sarcimento così devastante. Molti lavoratori resterebbero di­soccupati? Questo è indubbio. Im­magino che andrebbero in massa a protestare in tribunale e, per una vol­ta, tutti capirebbero che non è tanto Berlusconi a fare danni quanto chi lo combatte con armi improprie.