Berlusconi rassicura Napolitano: «Italia solida e il governo tiene»

RomaGelo col Colle e patata bollente Bossi. Giornata tesa quella di ieri: iniziata con un faccia a faccia non risolutivo con Napolitano e conclusasi con un vertice con il Senatùr sempre più scalpitante.
Berlusconi si presenta al Quirinale accompagnato dal fido Gianni Letta attorno a mezzogiorno. Un’ora di colloquio fitto fitto con le agenzie di stampa che rilanciano i segnali negativi delle Borse. Male. La manovra appena licenziata a tempo di record sembra non essere sufficiente a frenare la speculazione finanziaria. Un attacco che colpisce tutta la zona euro e non soltanto il nostro Paese - su questo tutti d’accordo -, ma la situazione rimane tutt’altro che rosea. Forse l’ultima finanziaria non ha convinto a pieno i mercati. Forse pesa l’indecisione dell’Europa sul caso Atene. Forse tutte e due le cose messe assieme. Sta di fatto che il premier, al capo dello Stato, ribadisce la propria convinzione: il nostro sistema è solido e non faremo la fine della Grecia. Questo il senso del suo ragionamento. Berlusconi, poi, assicura a Napolitano che non ha alcuna intenzione di mollare: i numeri in Parlamento ci sono e il mio esecutivo è solido perché l’alleanza con la Lega regge e reggerà. Dall’altra parte, la raccomandazione del presidente: il governo vada avanti perché finché ci sono i numeri in Parlamento si ha il diritto-dovere di governare. Ma attenzione: siamo sotto osservazione e occorre coesione e condivisione. Sul tavolo anche la questione giustizia e le doglianze del premier, convinto di essere sotto attacco da alcune procure politicizzate. Chiaro il riferimento alle toghe di Milano e al processo Ruby, ma anche al caso Papa, su cui pende la richiesta d’arresto da parte della procura di Napoli. Un tema, questo, su cui il presidente della Repubblica continua a dimostrarsi tiepido, per usare un eufemismo.
Sul tavolo anche la spinosa questione del rimpasto di governo, o meglio della sostituzione del Guardasigilli, Angelino Alfano, acclamato segretario unico del Pdl. In realtà Berlusconi vorrebbe fare in fretta, rimpiazzare il prima possibile il ministro della Giustizia per evitare che il nuovo leader del partito sia un leader dimezzato. A Napolitano Berlusconi presenta una lista di papabili. Forse una lista troppo lunga, tale da non convincere appieno il Quirinale. In pole ci sarebbe Enrico La Loggia, già ministro per gli Affari regionali nei governi Berlusconi II e III. Le sue quotazioni sembrano salire a scapito dell’altro pretendente, Donato Bruno: quattro legislature alle spalle e presidente della commissione Affari costituzionali. Terza opzione, l’attuale ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta con, al posto di quest’ultimo, Anna Maria Bernini. E poi via via gli altri nomi: Maurizio Paniz, Francesco Nitto Palma, la stessa Bernini. Ma tutte le soluzioni proposte non trovano il placet del capo dello Stato. E al Quirinale scende il gelo, nonostante fuori si sfiorino i trenta gradi. Il congedo di Berlusconi sarebbe stato artico: «D’accordo, ci penseremo ancora e poi ne riparleremo». Insomma, un nulla di fatto che rischia di rimandare il tutto a dopo l’estate. Proprio quello che il Cavaliere non voleva.
Così, terminato l’incontro col Quirinale, il premier vola ad Arcore per l’altro summit al cardiopalma con il leader della Lega. Una cena per trovare la quadra e scongiurare il peggio. E il peggio sarebbe il via libera all’arresto di Papa. In quel caso, è il ragionamento di Berlusconi, si romperebbero gli argini e le procure entrerebbero nel palazzo con le manette come lame in un panetto di burro. «Nessuno vuole l’impunità dei politici e chi ha sbagliato deve pagare - è il ragionamento del Cavaliere -, ma mandare in galera un deputato senza che ci siano i presupposti giuridici, come di fatto non ci sono, sarebbe come suicidarsi». E poi il caso dell’onorevole ex magistrato costituirebbe un pericoloso precedente: nel suo caso sono state calpestate le prerogative di tutti i parlamentari essendo stato pedinato, fotografato, intercettato. Insomma, si teme l’effetto domino: un «sì» all’arresto di Papa e poi ci si dovrebbe comportare allo stesso modo con tutti gli altri. Berlusconi riuscirà a convincere l’amico Umberto anche questa volta? Probabilmente sì anche se, forse come mai prima d’ora, il Senatùr ha il partito in ebollizione. Troppi colonnelli, aizzati dalla base, spingono perché il Carroccio abbandoni Silvio al suo destino. E sullo sfondo resta minacciosa l’ipotesi di un governo tecnico.