Berlusconi ricusa i giudici: "Colpevolisti"

Istanza per fermare il processo Mills. Scontro sul caso Ruby: il tribunale non cambia date e i difensori lasciano l’aula

Milano - Un «convincimento colpevolista» dimostrato attraverso ripetute «anticipazioni di giudizio»: per questo motivo Silvio Berlusconi chiede che il processo a suo carico per la vicenda Mills venga sottratto ai tre giudici che lo stanno celebrando e che - a dire dell’ex premier - hanno già deciso di condannarlo. Quando manca una manciata di giorni alla prescrizione del reato, e mentre il tribunale cerca di procedere a tappe forzate prima che il reato si estingua, nella interminabile vicenda giudiziaria che ruota intorno ai rapporti tra Berlusconi e l’avvocato inglese David Mills fa irruzione l’ultimo tentativo dell’imputato di evitare una sentenza che si annuncia infausta. Berlusconi ieri firma l’istanza di ricusazione nei confronti dei tre giudici (Francesca Vitale, Antonella Lai e Caterina Interlandi) che lo stanno processando per i 600mila dollari che secondo la Procura avrebbe versato nel 1999 a Mills, per ringraziarlo di avere mentito durante l’inchiesta All Iberian. È l’extrema ratio che il codice offre agli imputati per sottrarsi a verdetti che considerano non imparziali.
La decisione di Berlusconi e dei suoi legali, Niccolò Ghedini e Piero Longo, arriva al termine di una settimana in cui la corsa contro il tempo per evitare la prescrizione del caso Mills ha assunto contorni quasi surreali. Prima sembrava la Procura a essersi rassegnata all’impossibilità di chiudere il processo in tempi utili. Poi il tribunale ha fissato nuove udienze e è parso che ad arrendersi fossero i difensori. Ma i giudici, per maggior sicurezza, hanno anche cancellato tre testimonianze della difesa Berlusconi. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Anche perché arrivava insieme a segnali analoghi da altri fronti: come quello del processo Ruby, dove ieri i giudici hanno rifiutato di modificare il calendario delle udienze per tenere conto degli altri impegni dell’imputato, col risultato che Ghedini e Longo si sono tolti polemicamente la toga e hanno abbandonato l’aula. Insomma, è ormai palpabile la sensazione che il «passo indietro» compiuto dal Berlusconi politico non abbia rasserenato per nulla il clima intorno al Berlusconi imputato.
È così che si arriva alla ricusazione depositata ieri mattina. È una scelta, va detto, che non offre al Cavaliere una scorciatoia per cavarsi di impiccio. Il processo infatti va avanti per la sua strada, mentre la Corte d’appello valuta la ricusazione: e potrebbe essere d’altronde una attesa assai breve, perché già martedì o mercoledì prossimi l’istanza potrebbe venire dichiarata inammissibile in quanto «manifestamente infondata». Se invece la Corte d’appello sceglierà di entrare nel merito, i tempi della decisione saranno comunque stringati. L’unico atto del processo Mills che non potrebbe venire assunto fin quando è pendente la ricusazione, è la sentenza finale, attualmente prevista per l’11 febbraio. Ma in quel caso si congelerebbe anche la prescrizione. Insomma, le conseguenze concrete potrebbero essere modeste. Ma l’iniziativa del Cavaliere segna indubbiamente un ulteriore inasprimento della polemica contro quella che considera una giustizia ad personam.
Nelle nove pagine dell’istanza, Berlusconi contesta ai tre giudici di avere manifestato chiaramente in varie occasioni di essere già convinte della sua colpevolezza. Come quando hanno tagliato l’elenco dei suoi testimoni «con motivazioni che hanno disvelato una indebita compressione dei diritti della difesa, traducendosi con tutta evidenza in una anticipazione di giudizio»: E ancora: «L’esame dei testi della difesa sarebbe divenuto superfluo in conseguenza dell’escussione dei soli testi dell’accusa», ci si trova davanti a «un completo disinteresse per il contributo probatorio apportabile dalla difesa». «Il tribunale ha ritenuto esaustiva ai fini decisori una istruttoria dibattimentale a senso unico in quanto consistita nell’audizione dei soli testimoni indicati dall’accusa», dimostrando «un convincimento colpevolista in assenza del quale non sarebbe logicamente spiegabile la fissazione di un calendario certamente più unico che raro in relazione alla tempistica imposta».