Berlusconi: "Salgo al Quirinale, chi non viene è fuori dal Polo"

Il Cavaliere: &quot;Andremo da Napolitano a rappresentare una situazione che non può continuare&quot;. Fini Frena, Casini replica: sotto elezioni polemizzo solo con Prodi. Sestri Ponente, <a href="/a.pic1?ID=184411"><strong>il leader della Cdl sfida i contestatori: quattro illiberali</strong></a>

Genova - A poche ore dalla chiusura della campagna elettorale, con la via crucis di Sestri Ponente consacrata al ballottaggio per la provincia di Genova tra Renata Oliveri e Alessandro Repetto («Se la sinistra perde per il governo è un segnale definitivo di fine corsa»), Silvio Berlusconi torna a ribadire l’intenzione di «salire al Quirinale» per mettere nero su bianco - e a futura memoria - «l’emergenza democratica in cui si trova il Paese». Il Cavaliere, però, fa un passo più in là. E per la priva volta mette da parte la sua consueta cautela nei rapporti con gli alleati e dice chiaro che al Colle «andrà sì chi vorrà andare» ma «se qualcuno deciderà di mettersi fuori dal blocco liberale saranno solo fatti suoi». Se non è una chiamata alle armi, poco ci manca. All’appello risponde subito la Lega, con Umberto Bossi che invita Giorgio Napolitano a «ridarci subito la democrazia ».

Mentre sono ben più freddi sia Pier Ferdinando Casini sia Gianfranco Fini. Il leader dell’Udc, infatti, evita di commentare ma non nasconde il suo disappunto («in campagna elettorale polemizzo solo con Prodi »). E pure Fini, seppur con un certa prudenza, decide di prendere le distanze e mette dei precisi paletti: «Va bene salire al Quirinale, ma bisogna avere chiaro in mente cosa dobbiamo dire a Napolitano». Secondo il leader di An, infatti, «la via maestra rimane quella del voto,mala Costituzione prevede che lo scioglimento delle Camere sia decretato solamente in assenza di una maggioranza numerica». Insomma, se Berlusconi dice che al capo dello Stato «rappresenteremo l’immagine di una democrazia minore e lui dovrà trarre le conseguenze da questa nostra fotografia », il leader di An ci tiene a precisare che «pur non governando ed esponendo il Paese a figuracce internazionali, il centrosinistra è numericamente ancora una maggioranza». Per due che fino a qualche tempo fa sembravano andare a braccetto, una divergenza d’opinioni non da poco.

Sulla querelle, non c’è dubbio, pesa non poco il fatto che Berlusconi in queste ore è soprattutto intenzionato a politicizzare al massimo il voto di domani e lunedì, per portare alle urne tutto l’elettorato di centrodestra. In realtà, Quirinale a parte, anche il Cavaliere sa bene che l’ipotesi di tornare subito al voto sarà difficilmente percorribile. Mase Casini rilancia l’ipotesi di un governo istituzionale guidato da Franco Marini, il Cavaliere ribadisce che Forza Italia non si sporcherà le mani. Insomma, nessuna barricata a un eventuale esecutivo che gestisca il dopo Prodi ma «senza la nostra partecipazione ».

Perché se l’ex premier è consapevole che l’ipotesi di un governissimo si va facendo più concreta ogni giorno che passa (avrebbe avuto rassicurazioni anche da importanti esponenti della maggioranza) è comunque consapevole che un suo cedimento su questo fronte non avrebbe conseguenze positive sull’elettorato. Il punto, insomma, andrà fatto martedì a urne chiuse. Allora sì che a Palazzo Grazioli potranno riunirsi i vertici del centrodestra (escluso ovviamente Casini), come chiede anche Umberto Bossi, e fare il punto sulla situazione.