Berlusconi sferza la Ue: «Ora serve un drizzone»

Il premier: «Bruxelles ha perso smalto». Ma in una lunga telefonata convince Bossi a ritirare il veto

nostro inviato a Bruxelles

Passati due anni, Silvio Berlusconi torna a Bruxelles e «ritrova un Europa diversa» rispetto a «quando c’erano persone come Blair, Aznar, Chirac e Schröder». Un Europa, dice, che «ha perso personalità» e «ha fatto dei passi indietro». Il Vecchio continente, insomma, «ha bisogno di un drizzone» per poter ritrovare «il suo smalto». Una ripresa, spiega, che non può fare a meno del Trattato di Lisbona («l'indicazione del governo sarà quella di approvarlo») nonostante il risultato del referendum in Irlanda. Ma più d'una volta, pubblicamente e anche durante il vertice del Ppe prima e il Consiglio europeo poi, il premier pone l'accento sui limiti di un Europa «troppo legata alla burocrazia» e «poco attenta alle esigenze dei popoli».
Parole dure, nelle quali riecheggia quello che per la Lega è ormai da anni una sorta di leitmotiv. Già, perché il Cavaliere - che sul Trattato non ha alcuna intenzione di fare passi indietro ma che chiede un Europa diversa - non può non tenere in considerazione la posizione del Carroccio. Da una parte perché potrebbe risultare decisiva, dall'altra perché da giorni sono in corso trattative con Bossi per cercare di smussare gli angoli. In un’Europa con 22 governi di centrodestra e 5 di centrosinistra, infatti, l'Italia - che è tra i Paesi fondatori - non si può certo ritrovare a rincorrere gli altri sul Trattato di Lisbona. Un punto su cui mercoledì a pranzo è stato categorico anche Napolitano, a cui il Cavaliere ha dato ampie rassicurazioni. Così, nonostante le difficoltà di un’Unione europea che «non adempie ai suoi doveri e alle sue missioni» legittimando «gli egoismi nazionali», la strada resta quella del Trattato. Anche se con un avvertimento: «Non si può pretendere che l'Europa sia amata dai cittadini che la vedono invece come un’entità lontana che non risolve i problemi e che incombe sempre con restrizioni, obbligazioni, vincoli». E cita l’euro e le speculazioni sui prodotti energetici come casi in cui l'Ue «non è colpevolmente intervenuta».
Insomma, o «si cambia in fretta» e «in modo efficace» l'Unione europea oppure i cittadini che «verranno chiamati a esprimersi su questa o su quella questione diranno sempre di no».
Una posizione netta, su cui il premier insiste a lungo anche per tentare l'asse con la Lega. Che sembra andare da un’altra parte quando Calderoli parla di «Trattato morto» per poi rientrare sui giusti binari quando Bossi annuncia a sorpresa il via libera del Carroccio. Parole, quelle del Senatùr, che fanno seguito a una lunga telefonata con Berlusconi, decisamente preoccupato dagli affondi che arrivavano da Calderoli proprio mentre stava per fare il suo ingresso all’Accademia reale per il pranzo dei Popolari europei.
Il Cavaliere, poi, critica i Commissari europei che «dovrebbero parlare meno». Scontato il riferimento a Barrot e alla polemica seguita alle sue dichiarazioni sull’immigrazione. Un invito che non trova d'accordo né il presidente della Commissione Barroso né il presidente dell'Europarlamento Poettering. «I commissari - è la loro replica - hanno diritto di esprimersi». Passa qualche ora, però, e Berlusconi rilancia e punta il dito contro «il rapporto difficile» che deriva da «tutte le espressioni pubbliche dei commissari europei» che «mettono in difficoltà i governi di tutti i paesi». «Francamente - dice il premier - non credo che sia loro dovere parlare. Il loro dovere, invece, è segnalare agli Stati membri quali sono i traguardi che devono essere conseguiti e attenersi a ciò che l'Europa dispone attraverso le sue direttive e attraverso le decisioni della conferenza dei capi di Stato e di governo». Una questione, questa, di cui il Cavaliere ha parlato anche con Barroso.