Berlusconi si può criticare, Gianfranco no

RomaFini l’intoccabile reagisce di nervi alla richiesta della Lega di discutere in Aula sul suo ruolo di presidente della Camera e sbotta: no, non si può. Di se stesso non si può neppure parlare. Prende carta e penna, il leader del Fli, e replica a muso duro al capogruppo del Carroccio Marco Reguzzoni che l’altro ieri aveva osato chiedere «un dibattito in Aula sul comportamento del presidente della Camera, che ha tenuto nelle ultime settimane atteggiamenti discutibili che ledono la dignità del Parlamento» e che prefigurano il suo ruolo come «incompatibile con un ordinato svolgimento dell’attività parlamentare».
Allergico alle critiche, Gianfranco non ci sta. Neppure a discutere sul suo caso perché sarebbe lesa maestà. Questo il senso della lettera che Fini spedisce al capo dei deputati del Carroccio: «Il ruolo del presidente d’Assemblea... deve essere esercitato in posizione di piena autonomia e di indipendenza», scrive Fini. Il quale tiene a precisare che nessuno lo può sfiduciare e quindi siederà sullo scranno più alto di Montecitorio finché gli aggrada. Quelle del presidente sono «funzioni che... rendono del pari inammissibile lo svolgimento di dibattiti in sede parlamentare aventi ad oggetto l’esercizio delle funzioni presidenziali». Non solo non si può sfiduciarlo ma non è consentito nemmeno parlarne.
«Le dimissioni stanno nella coscienza di ognuno - aveva spiegato Reguzzoni - ma è necessario che almeno il Parlamento possa esprimersi». E invece no, per Fini non si può. Perché «è evidente che da ciò deriverebbe un condizionamento nello svolgimento dei compiti attribuiti al presidente d’Assemblea, con conseguente inevitabile affievolimento del suo ruolo di terzietà». Poi, alza il ditino Fini. «Ove si intenda promuovere un dibattito in termini generali sul ruolo e sulle funzioni del presidente di assemblea parlamentare nel nostro ordinamento... ciò può senz’altro aver luogo, attivando gli specifici strumenti previsti a tale scopo: in particolare, attraverso la presentazione di apposite iniziative di riforma costituzionale o di modifica al regolamento, il cui esame è rimesso alle sedi competenti. Per tutte queste considerazioni - conclude il presidente della Camera - non posso accedere alla sua richiesta».
Una lettera che non intimidisce la Lega che, sempre per bocca di Reguzzoni, rilancia: «Purtroppo il presidente Fini sembra aver fatto un altro autogol: la fretta con cui si è precipitato a negare, senza alcun riscontro documentale, la possibilità di svolgere un dibattito in Aula, dimostra che sulla vicenda il suo ruolo è tutt’altro che neutrale». Non solo: «Eccede i poteri che gli sono conferiti esercitando le prerogative che appartengono alla conferenza dei capigruppo e all’Aula, che sempre è sovrana e si dimostra contraddittorio e autoreferenziale. La risposta del presidente Fini comunque non eviterà il confronto in conferenza dei capigruppo, tanto meno il dibattito in Aula».
Anche il ministro dell’Interno Maroni sferza Fini: «Non abbiamo alcun interesse a indebolire Fini, che è già indebolito dalla sfida che il 14 dicembre ha lanciato e ha perso - dice Maroni - Fini non viene dalla luna, è stato eletto dalla maggioranza e oggi dichiara di essere a capo di un partito che sta all’opposizione».
Che al presidente della Camera non sia andata giù la richiesta di un dibattito su se stesso lo dimostra un video messaggio di Bocchino sul sito di Generazione Italia in cui picchia duro Berlusconi ma soprattutto il presidente del Senato Schifani: «Berlusconi ha scoperto che Fini non è super partes - attacca il colonnello futurista - perché per lui forse essere super partes significa piegarsi, come accade con il presidente del Senato, alle volontà del presidente del Consiglio». Una stilettata che provoca l’ira di Bondi («Indegno tirare in ballo impropriamente il presidente del Senato») e Rotondi («Per difendere Fini non è necessario denigrare Renato Schifani che degnamente succede ai grandi presidenti del Senato, neutrali e autonomi come Fanfani, Cossiga, Mancino e Pera»).