Berlusconi: «Con la sinistra riforme impossibili»

Tra i progetti del Cavaliere l’idea di un nuovo partito al Nord federato con la Cdl

Antonio Signorini

da Roma

Certo di avere offerto agli italiani una «buona riforma», ma anche sicuro che, dopo la vittoria dei No al referendum di domenica e lunedì, non sarà possibile mettere mano alla Costituzione. Perché questa maggioranza, a differenza della precedente, non è in grado di fare riforme, troppo intenta nell’occupazione del potere. Silvio Berlusconi commenta per la prima volta i risultati della consultazione referendaria che non ha confermato il complesso di riforme varato quando la Casa delle libertà era al governo.
Nessun ripensamento. «Era una riforma tesa a modernizzare il Paese e ad unirlo, superando la questione settentrionale e la questione meridionale. Non siamo purtroppo - spiega Berlusconi - riusciti a farla capire alla maggior parte degli elettori, ma non possiamo accettare che essa venga diffamata».
Nel ringraziare il «popolo di Forza Italia e della Casa delle libertà che ci ha sostenuto anche nella più difficile delle nostre riforme», il leader azzurro ricorda i punti qualificanti del testo bocciato dal referendum: «Questa riforma rimodellava il rapporto tra Parlamento e governo sull’esempio delle democrazie europee: la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, la Spagna. Eliminava un bicameralismo rigido che non esiste in alcun Paese europeo. Creava un federalismo responsabile, cancellando la disintegrazione dello Stato provocata dalla riforma fatta dalla sinistra del Titolo V della Costituzione: manteneva intatto il sistema sanitario nazionale nella sua universalità e unità in modo che ognuno potesse scegliere il miglior luogo di cura. Riduceva - ricorda ancora Berlusconi - il numero dei parlamentari, seppure gradualmente. Ridefiniva il ruolo del capo dello Stato e i suoi compiti».
Il pessimismo di Berlusconi sul futuro delle riforme è dettato dalla scarsa fiducia nella coalizione delle sinistre. «Da una maggioranza divisa come quella attuale di sinistra - è la tesi dell’ex premier - non possiamo certo attenderci, e non ce l’attendiamo, alcuna riforma, ma soltanto l’occupazione del potere da parte di partiti e partitini divisi su tutto e uniti esclusivamente dalla precisa volontà di combattere in ogni modo la nostra coalizione».
Dalle parole di Berlusconi emerge quindi la conferma che il leader azzurro non vuole rinnegare la battaglia riformista e che semmai sta cercando nuove forme da dare a questi sforzi. Come quello della macroregione del nord, emersa nei giorni scorsi. Proposte da leggere anche alla luce dei progetti futuri per la Casa delle libertà. L’ex premier nei giorni scorsi ha confermato la validità del progetto del partito unico. Tra le ipotesi in campo quella che al nord la futura formazione di centrodestra sia federata alla Cdl, secondo il modello della Csu bavarese. Ma questa prospettiva non piace all’Udc di Pier Ferdinando Casini. La posizione dei centristi l’ha spiegata il segretario Lorenzo Cesa. «Non credo né al partito unico né alla federazione di partiti. Non credo a un centrodestra populista, demagogico, impegnato in un’eterna sfida ai poteri forti, che pensa di tornare a guidare l'Italia attraverso un’opposizione di corto respiro, fatta solo di istinto e aggressività. Credo piuttosto in un centrodestra diverso, da costruire con umiltà attraverso il confronto e la partecipazione diretta e intensa alla vita di partito, il cui leitmotiv sia l'attenzione ai contenuti e poi ai contenitori, sia lo studio e la considerazione di strategie e poi di sigle». Il rischio è quello di fare partiti dalle identità deboli e sovrapporre «apparati privi di anima». Premesse diverse che portano a strategie opposte. I centristi non vogliono un’opposizione dura e si dicono convinti che «nel breve periodo la spallata non ci sarà». Quindi «insistere su questo tema rischierebbe di fornire a Prodi il miglior ricostituente per rimettere in piedi la maggioranza fragile e lacerata che lo sostiene».