Berlusconi: «Sono stato leale, ho deciso ogni cosa con Bossi»

Marianna Bartoccelli

da Roma

Il governo cerca di uscire in fretta dal caso Calderoli ma dalla Lega e da Roberto Maroni arriva un duro j’accuse al premier Berlusconi. Che non ci sta a essere accusato di «arroganza e supponenza» verso la Lega e a stretto giro di posta rispedisce al mittente ogni accusa: «Rimango esterrefatto per le dichiarazioni del ministro Maroni che sono assolutamente infondate nei fatti. Non c'è dichiarazione che io abbia proferito, non c'è decisione che io abbia assunto, se non in totale e continuativa sintonia con il leader della Lega Umberto Bossi, con il quale sono stato costantemente in contatto, fin dal primo momento di questa vicenda». Una lunga nota per chiarire quanto è successo dai fatti di Bengasi alla richiesta di dimissioni del ministro leghista. «Ripeto: tutte le dichiarazioni, - prosegue il premier - a partire dalla necessità delle dimissioni del ministro Calderoli, sono state concordate e hanno avuto l'approvazione dell'onorevole Bossi. Ho anche parlato ovviamente e più volte con lo stesso ministro, con il ministro Castelli, con il presidente Giorgetti, e ho cercato al telefono il ministro Maroni che però non sono riuscito a raggiungere. Questa mattina ho anche riferito sulla situazione ai due capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, tenendone immediatamente informato l'onorevole Bossi». «Mi sono quindi comportato, nei confronti del ministro Calderoli e della Lega - ribadisce il presidente del Consiglio - nella maniera più trasparente, leale e corretta che si possa immaginare, come può testimoniare pienamente l'onorevole Bossi, e come è logico e doveroso che sia nei confronti di un alleato trasparente, leale e corretto come la Lega».
E sul legame tra la manifestazione di Bengasi e i comportamenti di Calderoli il premier reagisce con durezza: «È infine paradossale attribuire a me il collegamento tra i fatti di Bengasi e i comportamenti di Calderoli, visto che tutte le fonti diplomatiche e politiche e tutte le agenzie di stampa nazionali e internazionali hanno fin dall'inizio indicato l'episodio relativo a Calderoli come il movente, e io direi il pretesto, della manifestazione in Libia».
Momenti di tensione quindi all’interno della Cdl malgrado quanto aveva dichiarato nel corso di una intervista televisiva ieri mattina a Telecamere il vicepremier Fini: «Non c’è alcuna conseguenza all’interno della Cdl e i fatti di Bengasi che hanno portato alle dimissioni del ministro Calderoli non avranno conseguenze sul voto, anche se il centrosinistra potrebbe approfittare del passo falso del ministro leghista». Così il ministro degli Esteri ha tentato di frenare ogni polemica e soprattutto di trovare il punto di mediazione tra l’alleanza con la Lega e i rapporti italiani con il mondo islamico. Da giorni ben prima della protesta di Bengasi e dell'intervista televisiva in cui il ministro ha mostrato la maglietta anti-islamica il capo della Farnesina aveva stigmatizzato Calderoli dicendogli di non scherzare con il fuoco: «Quando si ostentano atteggiamenti beffardi e irriguardosi verso l'Islam si determinano problemi che è facile prevedere... ». Ed in questo senso la sua condanna per Calderoli è totale ma, ribadisce, «non è certo impresentabile come Tilgher. Si può ripresentare in lista. Non credo che la Lega lo escluda», afferma nel tentativo di tenere aperta la porta con gli alleati leghisti.
Infine annunzia che con il ministro Pisanu riferirà in Parlamento non soltanto su quanto è accaduto, ma soprattutto «su quella che è la volontà del governo italiano nei confronti dei Paesi arabo-musulmani». Si dice sicuro che non ci sarà «un irrigidimento di posizione da parte degli altri governi»: «Ovviamente - aggiunge - le masse arabe rappresentano un’altra questione». E spiega che le manifestazioni antioccidentali organizzate nel mondo musulmano per protestare contro la pubblicazione delle vignette sono state organizzate non solo da gruppi estremisti islamici, ma anche con il consenso di alcuni governi: «Mi riferisco a Paesi come Iran e Siria, anche se non ci sono prove», conclude.