Berlusconi: "Stanno implodendo ma non è detto che cadano oggi"

Il Cavaliere più ottimista dopo il rinvio: Dini e gli scontenti possono dire sì alla manovra ma sancire l'uscita dalla maggioranza

Roma - Chiuso fino a tarda sera a Palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi non sembra perdere il suo ottimismo. Se in mattinata, infatti, il panorama che si va delineando al Senato sembra farsi «fosco», il passare delle ore e il rinvio del voto finale sulla Finanziaria a questa sera o forse anche a domani riporta il buon umore in quel di via del Plebiscito. Dove, come è ovvio, si continua a tener da conto su questo o quel senatore (con un occhio particolare su quelli a vita), ma si guarda soprattutto a quel che farà Dini. Con cui i contatti sono stati intensi, con tanto di scambio di biglietti nell’aula di Palazzo Madama tra l’azzurro Cantoni, molto vicino al Cavaliere, e l’ex presidente del Consiglio. Berlusconi, però, resta convinto che Lambertow non sia il solo scontento nel centrosinistra e che «anche altri senatori siano pronti a mollare» il governo. Nelle prossime ore, avrebbe detto a un deputato azzurro, «si vedrà se saranno coerenti con i loro convincimenti».

D’altra parte, «sono giorni che il governo balla in Senato, mostrando tutta la sua fragilità e inconsistenza». «Questo governo - spiega in serata passeggiando per le vie del centro di Roma - non è più moralmente e politicamente legittimato». Ma, aggiunge, «non necessariamente cadrà domani o in questi giorni» viste «le mance» date con la Finanziaria a «singoli componenti della sinistra». «Comunque - conclude - di certo non può durare a lungo, stanno implodendo». Da parte sua, Dini continua a non sciogliere la riserva. E i cronisti sono costretti per tutta la giornata a registrare ogni suo più impercettibile movimento, dalla sua lunga chiacchierata con Cantoni nel corridoio dietro l’aula al lento annuire con la testa mentre a pochi banchi dal suo l’azzurro Azzollini parla di «Finanziaria che devasta i conti pubblici».

La riserva, però, l’ex premier la scioglierà «solo in aula». Dove, è la convinzione di alcuni parlamentari azzurri che a Palazzo Grazioli sono di casa, Dini potrebbe comunque «prendere decisamente le distanze dal governo» pur votando la Finanziaria «per senso di responsabilità» e per «evitare al Paese l’esercizio provvisorio». È chiaro, infatti, che una dichiarazione di questo tenore - magari con tanto di appello al premier e al Quirinale - avrebbe come effetto quello di aprire una crisi, che se non nei numeri sarebbe comunque politica. Anche per questo la Cdl ha deciso di fare di tutto per posticipare il voto, nella speranza recondita (e improbabile) che il governo decida di mettere la fiducia. Perché, dice l’azzurro Tomassini, «è difficile da spiegare ma nel caso di voto di fiducia l’elemento psicologico è molto più forte».

Come a dire, per i malpancisti dell’Unione ingoiare il rospo sarebbe più difficile. E con Dini, a prendere le distanze ci sarebbero anche i due diniani D’Amico e Scalera, certamente Manzione («dirò che la cambiale è scaduta e ora occorre una nuova strada») e forse anche Bordon e Fisichella. Un elenco abbastanza lungo da ribaltare gli equilibri politici al Senato, dove oggi l’Unione è avanti di due voti (senatori a vita esclusi). «Dovessero motivare così il loro voto - ammette il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento D’Andrea - sarebbe certamente un problema». Sarà anche per questo che Berlusconi parla di «accanimento terapeutico» per il governo. «Continuo a ritenere - dice - che ci sia una forzata volontà di sopravvivere».