Berlusconi: «Subito la nuova legge elettorale»

Gianni Pennacchi

da Roma

Lo sfogo sottinteso (e un poco indispettito) ma estremamente chiaro, risuona più o meno così: ma come, mandate avanti Casini a tuonare che il partito unitario bisogna farlo subito, ora o mai più, e il giorno dopo mi bloccate sulla riforma della legge elettorale? Il rimprovero è indirizzato a quel «piccolo partito» dei postdemocristiani di governo, ovviamente. Dunque la conclusione di Silvio Berlusconi non può che essere una: «Sul partito unitario andiamo avanti, è un grande sogno che si realizzerà. Ma alle elezioni bisogna andare con tutti i nostri simboli». E bisogna andarci cercando di fare il pieno dei voti. Come? Con il proporzionale: «I tempi ci sono. Ho chiesto al presidente della Camera di calendarizzare la legge di riforma».
Proporzionale? Sì, è vero, non è una bella parola e sa tanto di vecchi riti e di Prima Repubblica. Però, ha spiegato il Cavaliere, «la legge elettorale è solo uno strumento e non si possono fare guerre di religione sul mezzo». Dunque, un’accelerata decisa, ben sapendo che partitone, proporzionale e leadership sono diventate un pacchetto unico. Prendere o lasciare. Prima un vertice a palazzo Grazioli con i parlamentari di Forza Italia, poi un lungo colloquio con Casini e Fini a Montecitorio, poi ancora un altro faccia a faccia serale con il presidente della Camera certificavano la svolta. «Stiamo lavorando per una soluzione - raccontava il premier all’uscita -. Nella Cdl non ci sono contrasti. Ho chiesto un incontro a Casini per calendarizzare vari provvedimenti tra cui la legge elettorale, attualmente all’esame della commissione presieduta da Donato Bruno».
E, aggiungeva, non è una svolta tattica, non è solo fumo. «I tempi ci sono, di questo non siamo preoccupati, si può fare un ottimo lavoro. In autunno c’è la Finanziaria, ci sono altre cose, ma insomma, c’è la possibilità di intervenire». Proprio a fine legislatura? «Sì - questa la risposta di Berlusconi -, è una cosa da discutere a fine legislatura perché è in questo periodo che si traggono le esperienze di un arco di tempo lungo, come appunto una legislatura, e si possono introdurre i cambiamenti necessari». Perciò, come sostiene Casini, «bisogna riflettere sui meccanismi elettorali perché il bipolarismo non riesce a dare alla politica italiana funzionalità e governabilità». Ma la novità vera sta nel «possibilismo» di Gianfranco Fini, favorevole, sembra, a un proporzionale alla tedesca, con sbarramento, purché legato al partitito unico e al bipolarismo.
Ma la strada è ancora lunga. Intanto, sotto con la valorizzazione dei simboli. «È una necessità tecnica», ha spiegato il premier in Transatlantico, quasi a smorzare gli intenti polemici nei confronti dell’Udc. A sentire i sondaggi infatti, par che anche la Cdl rastrelli più voti se sulla scheda ci sono più simboli. E sempre in segno di pace, a chi gli parlava di «ultimatum» del presidente della Camera sulla «casa comune dei moderati» ha spiegato che il carattere di Casini «è portato a uscite ultimative solo per chi non lo conosce». Insomma, sul partito unitario «non ho frenato affatto, sono sempre deciso», pur se non può dire se nascerà «domani o dopodomani»: a frenare è semmai «l’appuntamento elettorale». E anche la legge elettorale in definitiva «è un mezzo», dunque «non dobbiamo fare guerre di religione su un mezzo».
All’ora di pranzo però, prendendo la parola nel convegno organizzato dal capogruppo forzista a Strasburgo Antonio Tajani, Berlusconi lamentava che nonostante le tante cose fatte, svariate son rimaste sul «binario morto» proprio perché non ha preso corpo il progetto di passare «da una coalizione ad un partito unitario», formando «una grande forza politica» dove vale la regola che si decide a maggioranza e la minoranza s’adegua. E invece? «Anche questa mattina, ancora una volta ho dovuto prendere atto che basta il veto di un partito, anche piccolo, per accantonare una decisione sulla quale sono d’accordo tutti gli altri», ha accusato dalla tribuna. Il nome dell’Udc non lo ha fatto, e pur quando poi i giornalisti lo stimolavano, s’è trincerato spiegando che la cosa «è riservata» e non poteva raccontarla. Ma nonostante il riserbo del premier, era già noto a tutti ancor prima che giungesse al convegno quanto avvenuto a Palazzo Grazioli nel vertice dei «saggi» della Cdl sulla riforma elettorale: avanzata formalmente dall’Udc la proposta di discutere il ritorno al proporzionale e incassata la disponibilità degli alleati a parlarne, quando questi han chiesto intanto la disponibilità ad abolire lo scorporo dalla legge in vigore (per ora in Parlamento, di progetto in discussione c’è soltanto questo, minimalista) dall’Udc è venuto un secco e deciso niet.
Dunque il percorso è «ineludibile», il grande «sogno» prima o poi si realizzerà, e questo del partito unitario è il passo consequenziale nel cammino intrapreso nel ’94 e poi avanzato nel 2001. Ma «subito come ci dice un alleato?» (il patron dell’Udc Pier Ferdinando Casini appunto, che spalleggiato da Marcello Pera aveva lanciato l’«ultimatum» due giorni prima). Saranno i sondaggi che sconsigliano, sarà che quando era stato lui a lanciar la proposta aveva incontrato il gelo postdemocristiano, sarà il fastidio per quel niet sullo scorporo, ma ora la risposta di Berlusconi è prudente se non piccata: «Non so se ci riusciremo nell’immediato, ma siamo sicuri di realizzarlo». E poiché rimbalza ormai da un divano all’altro del Transatlantico che l’accelerazione verso il partito unico della Cdl comporta il «passo indietro» del leader a favore di Casini, ecco l’irridente e disincantato avvertimento del cavaliere ancora in sella: nel caso che il partito unico dei moderati «prima o dopo» nasca, «se la mia iniziativa politica riuscirà a realizzarsi, con ancora in mano il governo del Paese, io credo che potrei dirmi assolutamente soddisfatto e non avrei difficoltà a lasciare spazio, perché di lavoro e di gloria ce n’è per tutti».
Chi ha messo in giro la voce che con Berlusconi alla guida del centrodestra si perderebbe mentre con Casini c’è la resurrezione? Nel pomeriggio in Transatlantico, dopo la fiducia sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, Berlusconi ha galvanizzato i tanti deputati che lo attorniavano: «Dobbiamo essere ottimisti noi per primi, non possiamo e non dobbiamo dire che perderemo le elezioni perché se non crediamo noi alla vittoria, come pensate che possano crederci i nostri elettori? Io sono assolutamente determinato e motivato, voglio che lo siate anche voi».
Del resto, lo aveva già spiegato al convegno che «non si può portare la croce e cantare», se ti impegni troppo nel lavoro «non hai la possibilità di comunicare». Tant’è che «sono ben 24 le riforme che alla fine della legislatura avremo consegnato al Paese», il governo «ha prodotto 600 disegni di legge e il Parlamento ne ha approvati 400». Pur se «i concorrenti ne approfittano sui giornali», e mica scrivono che «si aprono i cantieri per la quarta corsia della Milano-Brescia», annunciano «due anni di disagi sulla Milano-Brescia».