Berlusconi sulla riva del fiume: l’Unione implode come nel ’98

Il capo dell’opposizione: «L’accordo sulle pensioni porterà l’economia italiana al collasso»

da Roma

Per Silvio Berlusconi la fine del governo è legato alla ciclicità della storia. Quando ricorda le similitudini con il ’98 (allora lo scontro era sulle 35 ore), e prefigura «una implosione interna del centrosinistra». E pericolosamente il profilarsi di un accordo «che porterà l’economia al collasso». Un motivo sufficiente «per rompere definitivamente con la sinistra radicale». Gli fa eco il vicecapogruppo di Fi alla Camera, Isabella Bertolini, che parla di «una telenovela» e di un governo «ormai giunto alle comiche». Stesso pensiero per Paolo Bonaiuti, portavoce del leader azzurro, che però coinvolge tutto l’operato dell’esecutivo: «Previdenza, tasse, Alitalia che sia, questo governo è sotto il ricatto della sinistra estrema» manifestando il timore che «pur di sopravvivere metterà a rischio le pensioni future dei nostri giovani». Primo fra tutti era insorto in mattinata il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, che si era scagliato contro il tentativo di «colpo di mano» con cui, secondo indiscrezioni, il governo sotto le spinte dell’ultrasinistra si sarebbe apprestato a «barattare» l’accordo con la riforma della legge Biagi. Un atto che Bondi definisce «politicamente e moralmente inaccettabile». Un’ipotesi che sul fronte opposto aveva colto di sorpresa anche Mauro Fabris (Udeur), il quale lapidario aveva escluso «che possa essere proposto senza prima discuterne» all’interno della coalizione. Un’incertezza sui contenuti dell’accordo alimentata anche dalla linea low profile tenuta da buona parte della maggioranza e dagli stessi partecipanti al vertice del pomeriggio a Palazzo Chigi tra Prodi e i ministri interessati alla trattativa. Lo stesso presidente della Camera, Fausto Bertinotti, aveva scelto la strada del no comment, per questioni di opportunità essendo «il momento dell’impegno per chi tratta e del silenzio per chi non è chiamato a farlo». Un silenzio che per il leader di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, nasconde invece un governo sull’orlo di una crisi di nervi e l’impossibilità di raggiungere un accordo: «Non esiste artificio dialettico che consenta di trovare una posizione tra chi dice che lo scalone va abolito e quindi che la riforma Maroni deve entrare in vigore e chi al contrario che la riforma va cambiata». Mentre sempre da An Gasparri vede sempre di più un Prodi che succube della sinistra estrema «rimane sulla graticola». Probabilmente, a suo giudizio, un danno sopportabile se non fosse che «con lui ci rimangono tutti gli italiani, in particolare i giovani che non sanno quale sarà il loro futuro». «Questo governo è un morto che cammina» per il leader dell’Udc Pierferdinando Casini che mette sul piatto della bilancia due priorità: «Un governo di salute pubblica e una legge elettorale» che consenta di risolvere una situazione di impasse come quella attuale e liberarsi «da un bipolarismo organizzato apposta per dare agli estremisti la chiave per ricattare la politica». Intanto il presidente del Consiglio, dopo l’ultimatum di Emma Bonino dei giorni scorsi, è costretto a incassare anche le bordate di Daniele Capezzone (Rnp) che definendo le proposte sulle pensioni di questi giorni «inadeguate, pasticciate, omeopatiche e del tutto inadeguate a fronteggiare le esigenze del Paese», vede «dannoso ogni prolungamento della vita di questo governo». E insieme agitarsi la scure del numero uno di Rifondazione comunista, Franco Giordano, che ribadisce la «fiducia condizionata» nel voto di oggi al decreto sul Tesoretto: «Abbiamo detto sì, ma solo perché confidiamo nel buon esito della trattativa sulle pensioni».