Berlusconi: in Telecom per aiutare il Paese

Il Cavaliere: "Pronto a fare la mia parte insieme con altri. Non vogliamo comandare. Ma se ci fossero problemi, mollo tutto". Poi assicura: "Con una quota minoritaria nessun conflitto d’interessi". E la sinistra radicale insorge

Roma - Tirato per la giacca da Fassino in persona, alla fine, Silvio Berlusconi approfitta del congresso dei Ds ed esce allo scoperto su Telecom: «Siamo disponibili a fare la nostra parte per difendere l’italianità dell’azienda. Ma non vogliamo comandare», dice l’ex premier. E comunque «lascio Confalonieri a rispondere». E Confalonieri conferma: «Certo che ci interessa». Il Cavaliere racconta: «Ci hanno chiesto se, in caso di cordata italiana, fossimo disponibili. E il mio gruppo ha risposto che siamo disponibili a patto di conservare l’italianità di un’azienda così importante. A parità di investimenti di altri operatori».

Queste frasi, lanciate nell’agone del congresso dei Ds, innescano reazioni a catena a sinistra. «Berlusconi interessato a Telecom: mi preoccupa moltissimo», commenta Diliberto. «Ma come? - si chiedono Cannavò e Turigliatto - prima era il nemico numero uno e ora diventa il salvatore della patria...». Giordano (Prc) invoca il conflitto d’interessi; che Prodi ora vuole mettere all’ordine del giorno dell’agenda del governo. E Di Pietro: «Berlusconi non prende mai decisioni per il bene del Paese, ma per le sue aziende». Laconico Francesco Rutelli: «C’è la legge che regola questa materia». Algido Massimo D’Alema: «Della vicenda Telecom non parlo, se n’è parlato già troppo».

Finito l’intervento di Fassino, Silvio Berlusconi torna ai microfoni. Sa delle reazioni provocate dalla «disponibilità» delle aziende del gruppo a partecipare a cordate italiane per Telecom. Così aggiunge: «I miei hanno risposto a un appello, e da parte mia è un atto di generosità patriottica. Ma se ci fossero problemi, mollo tutto. Non c’è alcuna difficoltà a ritirarci senza rimpianti». E il conflitto d’interessi? «Esisterebbe - precisa il Cavaliere - se ci fosse una posizione di comando, ma se la partecipazione fosse minoritaria non credo che esista conflitto d’interessi».

E, seppure senza scendere nei dettagli della vicenda Telecom (e sul ritiro dell’offerta dell’At&t), Berlusconi osserva che «c’è un problema di invasività della politica nel libero mercato». E ricorda il ddl Gentiloni. «Per colpire l’avversario politico Silvio Berlusconi, colpisce il 65% dei suoi azionisti, che sono in maggioranza fondi d’investimento americani e internazionali. Questi fondi si sono riuniti. Non credono che una legge possa essere approvata dal Parlamento. Ma ove lo fosse lascerebbero l’Italia per un periodo indefinito perché non riterrebbero la nostra democrazia affidabile sul piano dell’economia. Se alle parole di Fassino seguiranno fatti concreti, sarò il primo a esserne felice».

Dalle parole di Berlusconi sembra di capire che il coinvolgimento delle aziende del gruppo dovrebbe riguardare il loro ingresso in Olimpia, la cassaforte di Tronchetti che controlla il 18% di Telecom. Seppure il Biscione acquistasse il 50% della società (e non sembrerebbe questa l’intenzione del gruppo, anche perché il 33% di Olimpia è «prenotato» dai messicani di America Movil, per un altro 33% è in corsa Intesa: al massimo a Berlusconi resterebbe il restante 33%), finirebbe per controllare il 9% della Telecom. Se, al contrario, prendesse il 33% disponibile, arriverebbe a controllare il 6% di Telecom. Ampiamente sotto i margini concessi dalle legge vigenti. Vale a dire, la legge Maccanico e la legge Gasparri. Ma come l’intera vicenda dimostra, Telecom non è un affare di mercato; ma della politica.