Berlusconi tiene sulla corda Unione e alleati

Adalberto Signore

da Roma

Arriva a Roma poco dopo pranzo Silvio Berlusconi. E, salvo una veloce puntata in Transatlantico per la prima votazione sul Quirinale, la giornata la passa quasi tutta tra Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi. In continuo contatto telefonico con Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, ma pure con Umberto Bossi, il più restio degli alleati a un eventuale via libera della Casa delle libertà alla candidatura di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Questione sulla quale - mentre l’Assemblea dei grandi elettori va avanti con la prima votazione - insistono per tutta la giornata sia il leader dell’Udc che quello di An. E su cui il Cavaliere nicchia a lungo, convinto che dopo un successo elettorale così risicato e sul quale nutre ancora molti dubbi, il centrodestra non possa legittimare l’ascesa al Colle di un esponente dei Ds. «Cosa penserebbero i nostri elettori?», ripete più d’una volta ai suoi collaboratori.
Così, dopo il vertice delle 15 nel quale la Casa delle libertà decide di sostenere compatta Gianni Letta nella prima votazione, continuano i colloqui telefonici e i faccia a faccia. Prima tra Berlusconi e Casini, verso le 17 a Montecitorio. Un incontro seguito da un fitto parlottare davanti all’ascensore tra il Cavaliere e il colonnello leghista Giancarlo Giorgetti, che viene aggiornato sul pressing di Udc e An a favore di Napolitano. Poi tocca a Fini e Casini, insieme a Giuseppe Pisanu, appartarsi nel cortile davanti al Transatlantico per un decina di minuti. Casini racconta di aver spiegato a Berlusconi che «Napolitano può essere un presidente di garanzia anche per la Casa delle libertà», incassando però un educato ma deciso «no, grazie». Anche perché, è il ragionamento del premier uscente, «su questo punto la Lega sarà irremovibile e mai darà il suo via libera a un candidato dell’Unione». «Umberto me l’ha assicurato - insiste - ed è decisissimo: su questo voto rischiamo di spaccare la coalizione». Una posizione che descrive alla perfezione gli umori del Carroccio e della quale Berlusconi si fa forza per non cedere al pressing di Casini e Fini. D’altra parte, domenica sera nell’incontro con il Senatùr il Cavaliere era stato piuttosto chiaro nel commentare la disponibilità di An e Udc verso Napolitano: «Già sette anni fa sono riusciti a rifilarmi Ciampi...».
Così, dopo i faccia a faccia bilaterali e il rincorrersi delle voci più disparate, la Casa delle libertà decide di fare il punto a Palazzo Chigi. Una riunione di due ore - presenti Casini, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, Fini, il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, Giorgetti e Gianni Letta - nella quale Berlusconi ascolta a lungo le ragioni dei sostenitori dell’accordo. Al punto da sembrare quasi convinto, quando davanti alle insistenze di Casini e Fini ammette che sì, «effettivamente con Ciampi ci è andata bene», e che «se anche questa volta partecipassimo all’elezione del capo dello Stato probabilmente Napolitano ci riserverebbe un buon trattamento». Un deciso cambio di linea rispetto non solo a domenica sera ma pure a qualche ora prima, quando nel colloquio con Casini a Montecitorio era stato categorico: Napolitano «manco morto...».
Calderoli e Giorgetti, però, sono irremovibili. In contatto telefonico con Bossi, i due ribadiscono che la linea della Lega non cambia: «Noi non ci stiamo. E se tu dai il via libera, la Casa delle libertà finisce qui». Il nostro elettorato - è il ragionamento dei due colonnelli del Carroccio - «non ce lo perdonerebbe mai». Considerazione su cui concorda il Cavaliere e pure Fini e Casini che però sottolineano come Napolitano e «il ritorno al metodo Ciampi offrano comunque altre garanzie».
Si va avanti così, con la Lega a fare muro al pressing asfissiante di An e Udc e Berlusconi ad ascoltare le ragioni degli uni e degli altri. Alla fine resta l’impasse, un successo soprattutto per il Carroccio che entra al vertice di Palazzo Chigi con il Cavaliere a un passo dal dare il via libera alla candidatura Napolitano e ne esce con dodici ore di tempo in più. Così, questa mattina la Casa delle libertà non sosterrà più un suo candidato di bandiera ma, almeno nella prima delle due votazioni in programma, non convergerà nemmeno su Napolitano. Alla fine del vertice a Palazzo Chigi, infatti, vista l’impossibilità di scegliere una soluzione comune si decide di votare scheda bianca e aggiornarsi a dopo la prima votazione. Con le diplomazie che, anche trasversali, continuano a trattare fino a notte fonda. E Berlusconi che si congeda dal vertice serale con una frase sibillina: «Troppe pressioni, ora devo riflettere». Anche se, assicura a chi gli parla a tarda notte, «Napolitano non lo voteremo».