Berlusconi: tuteleremo chi ha un reddito fisso

Adalberto Signore

da Roma

Prima alla Camera, poi al Senato. Ufficialmente per l’informativa del governo sulle dimissioni del ministro dell’Economia Domenico Siniscalco, di fatto per suonare il gong di inizio campagna elettorale nel Palazzo. Così, Silvio Berlusconi decide di dedicare solo poche parole al ritorno di Giulio Tremonti in via XX settembre e concentra il suo intervento sulla politica economica del governo, promette «una finanziaria non elettorale» e attacca le «Cassandre interessate» del centrosinistra. Quasi un comizio, a cui replicano con gli stessi toni i leader di Ds e Margherita, Piero Fassino e Francesco Rutelli.
Quando il premier entra nell’Aula di Montecitorio sono appena passate le tre del pomeriggio e i banchi del governo sono al gran completo. Berlusconi estrae il suo intervento da un’enorme cartella rossa e apre le danze. Un accenno alla vicenda Bankitalia, un altro al caso Siniscalco. Poi, subito un affondo all’Unione. «Nei Paesi democratici - dice il presidente del Consiglio - non si verifica mai che alla fine della legislatura i ministri siano gli stessi dell’inizio. La stabilità è data dalla figura del premier e della maggioranza che in questi anni non è cambiata». E dunque, «è incredibile che l’opposizione ci critichi» perché «quando sono stati al governo hanno cambiato tre premier, quattro governi e hanno avuto 64 ministri diversi». E ancora: «Soprattutto hanno avuto due maggioranze, di cui una non conforme alla volontà degli elettori». L’opposizione assiste ammutolita, perché se è vero che l’Unione è entrata in Aula combattiva e pronta alle barricate, va pur detto che il raffronto buttato lì da Berlusconi è impietoso. Non a caso, resterà l’unico passaggio del suo discorso a non essere oggetto dei mugugni e degli strali del centrosinistra.
Il premier passa alle questioni economiche e si dice convinto che «l’Italia riuscirà a battere il pessimismo e riprendere la strada dello sviluppo». Berlusconi cita i dati del secondo trimestre 2005, perché «la nostra economia mostra promettenti segni di sviluppo». Poi elenca: la disoccupazione scesa al 7,5 per cento, i 312mila nuovi occupati, il Pil in crescita dello 0,7, l’export al più 5,5, i «dividendi record» delle imprese quotate in Borsa; per non parlare delle famiglie che vivono in case di proprietà e degli altri indici di benessere («siamo i primi in Europa per numero pro capite di automobili, televisori e telefonini»). La maggioranza, tranne l’Udc, applaude. Il centrosinistra rumoreggia e dai banchi dei Ds si alza pure qualche ironico «allora tutto bene». «Queste cifre e questi dati - replica Berlusconi - smentiscono le Cassandre interessate. Vi sembra che giustifichino le profezie di sventura? L’idea di un Paese allo sbando è lontana dalla realtà e provoca danni seri sui mercati internazionali: è un’operazione ingannevole, che frena i consumi, rallenta gli investimenti e quindi la crescita».
Il premier ammette che c’è un problema di perdita del potere di acquisto dei cittadini a reddito fisso. Ma il governo, promette, ha intenzione di intervenire a sostegno di questa fascia, «la più penalizzata dall’introduzione dell’euro». «Sono convinto che anche questa volta ce la faremo», dice. Perché le difficoltà vengono soprattutto dalla congiuntura internazionale: il cambio sfavorevole dell’euro sul dollaro, l’aumento del prezzo del petrolio (per l’Italia più grave che per altri Paesi vista «la discutibile decisione degli anni ’80 di uscire dal nucleare»), la competizione che viene dall’Europa dell’Est, da India e Cina. Contro questi fenomeni, non possiamo opporre nulla se non «dazi e quote» che il governo italiano ha già «chiesto per primo all’Ue». Un passaggio, questo, applaudito dai banchi della Lega, visto che solo qualche minuto più tardi il capogruppo Andrea Gibelli ribadirà la necessità di seguire proprio la strada degli strumenti antidumping. Infine la Finanziaria, che «non sarà elettorale» e rispetterà «gli impegni di bilancio assunti con Bruxelles, sapendo però che noi non siamo i peggiori visto che 12 Paesi su 18 hanno superato la soglia del 3 per cento».
Secondo Berlusconi, dunque, il bilancio è positivo perché «il governo ha restituito al Paese un ruolo sul palcoscenico internazionale» e «ha portato a termine l’80 per cento del suo programma, un dato che viene dall’Università di Siena, a noi tradizionalmente non vicina». Parole che suscitano più di un mugugno nei banchi dell’Unione. «Ironia», la definirà più tardi il premier. «Se avessimo tutti un po’ d’ironia - la sua chiosa - andremmo molto più d’accordo».
E forse è anche per questo che, quando più tardi il presidente del Consiglio va a riferire in Senato, Giulio Andreotti cita un monito «un po’ iettatorio» che gli venne dato quando era capo del governo. «Una scritta - spiega il senatore a vita - che si trova ancora su molte lapidi funerarie: Voi siete quel che noi fummo, noi siamo quel che voi sarete». Berlusconi sfodera una risata e poi, con un gesto repentino dal basso verso l’alto, il pugno chiuso, l’indice e il mignolo protesi, provvede a cautelarsi adeguatamente. Non una, ma ben due volte.