Berlusconi, ultimatum a Fini: "Con me o fuori" E alle toghe: "Siamo sull'orlo della guerra civile"

I vertici del Pdl: unanimità sulla riforma della giustizia. La
votazione (32 sì) plebiscito contro il presidente della Camera. La sintesi di Berlusconi: con me o fuori dal Pdl. Il
Cavaliere: "Alcune toghe minacciano il governo"

Roma - Quel che davvero non va giù a Silvio Berlusconi è il continuo logoramento sottotraccia, i quotidiani distinguo con cui Gianfranco Fini marca sempre di più la distanza non solo dal premier ma anche da quelle che sono le posizioni del Pdl. Sulla giustizia, certo, ma anche su temi che fanno parte del programma di governo come l’immigrazione. E la tentazione di parlare chiaro durante l’ufficio di presidenza del Pdl, il Cavaliere l’ha avuta davvero. Perché, spiegava qualche giorno fa in privato, «quel che non tollero è questa guerra sotterranea senza che le truppe siano davvero scese in campo». Qualcuno, insomma, temeva che il premier fosse sul punto di «ritirare gli ambasciatori» e dare fuoco alle polveri.

Berlusconi, invece, Gianfranco Fini non lo nomina neanche una volta durante tutto l’ufficio di presidenza. Anche se il lungo documento che viene approvato all’unanimità dai 32 componenti - compresi i finiani presenti - è un chiaro segnale al presidente della Camera. Perché mette nero su bianco che c’è una parte della magistratura che «turba la legislatura» arrivando a «intaccare la natura stessa della democrazia», una situazione che riguarda non «una sola persona o un solo partito». È dunque necessario, si legge nel documento, andare avanti con il processo breve e riproporre «in veste costituzionale il Lodo Alfano». Mentre viene ribadito che «ogni ipotesi di voto ai non cittadini italiani è estranea al programma e alla linea politica del Pdl».

Il messaggio, insomma, è chiaro. Soprattutto nei passaggi sulla magistratura e sul processo breve - su cui c’è stato un lungo tira e molla tra il Cavaliere e l’ex leader di An - con ciliegina finale sul voto agli immigrati, uno dei temi cari a Fini. Poi, per chi avesse ancora dei dubbi, Berlusconi la butta lì: «Questa non è una caserma, però il partito deve funzionare. Se qualcuno ha delle idee se ne può discutere ma poi si decide a maggioranza e tutti debbono uniformarsi alle decisioni del Pdl. Chi non vuole, può sempre andarsene». Parole che tutti i presenti a Palazzo Grazioli leggono indirizzate al presidente della Camera, peraltro oggetto di qualche presa di distanza anche dagli ex di An. Altero Matteoli, per esempio, si schiera decisamente con Nicola Cosentino (il suo è «un caso paradossale», dice il premier) e punta il dito contro «la strategia di aggressione della magistratura» invitando il Pdl a «una difesa compatta dei compagni di partito vittime di questo assedio». Mentre Fabrizio Cicchitto e Carlo Giovanardi ricordano il clima del 1992.
Ed è proprio sulla magistratura che Berlusconi usa i toni più duri, ben sapendo che riunioni tanto affollate finiscono direttamente sui giornali quasi fossero pubbliche. Il premier parla di clima da «guerra civile» (parole che Palazzo Chigi smentisce abbia pronunciato), con «la magistratura che sta cercando di buttare giù governo e maggioranza». Le procure, insomma, «con la loro azione rischiano di dividere il Paese». Il Cavaliere cita i processi che lo riguardano e le indiscrezioni su presunte nuove inchieste. Il riferimento a quelle di Palermo, Caltanissetta e Firenze che sono pronte a indagarlo per mafia non è esplicito ma chiaro. Berlusconi, infatti, parla di «clima infernale» e non nasconde il suo scetticismo sull’attendibilità dei pentiti: seicento persone - è il senso del suo ragionamento - la cui libertà e nelle mani di quegli stessi magistrati a cui non vedono l’ora di dire ciò che gli fa ottenere più privilegi.

Un vero e proprio affondo. Che, ragiona un ministro vicino al Cavaliere, potrebbe essere una sorta di prova generale di un discorso in Parlamento più o meno dello stesso tenore. Una sorta di «predellino istituzionale», da mettere in pratica quando il ddl sul processo breve sarà definito nel dettaglio e su cui Berlusconi dà disponibilità a «modifiche migliorative» purché «non ne stravolgano il senso». Di certo, dice Berlusconi, lo stato della giustizia «rende necessaria una riforma costituzionale».

I due fantasmi che aleggiano nella due ore di Palazzo Grazioli sono i magistrati da una parte e Fini dall’altra. Con il Csm che arriva al paradosso di voler «acquisire» le dichiarazioni a porte chiuse di Berlusconi (quindi non le sue parole ma il resoconto di agenzie e giornali, non certo l’ufficialità) e il presidente della Camera che incassa un voto unanime che lo mette di fatto formalmente in minoranza nel partito.