Berlusconi: «Vicini al regime, temo per me»

Adalberto Signore

da Roma

Sembra quasi un déjà vu quando Silvio Berlusconi, alla sua prima televisiva postelettorale, si presenta sfoderando il consueto sondaggio. «La Casa delle libertà è al 52,8%, l’Unione al 46,7», esordisce l’ex premier davanti alle telecamere di Porta a Porta. Poi spiega: evidente che le cose andassero così, «dopo la bella prova di questi giorni» in cui «abbiamo assistito a uno spettacolo indegno» con il centrosinistra «costretto a dividere i ministeri per accontentare tutti...». Una vera e propria «spartizione del potere», una «emergenza democratica molto vicina al regime», chiosa il Cavaliere che del nuovo esecutivo «promuove» solo Tommaso Padoa Schioppa e Giuliano Amato. «Al popolo del centrodestra non è rimasto nulla», insiste, visto che anche il Quirinale è andato a «un comunista doc». Questa «occupazione», insomma, secondo Berlusconi starebbe contribuendo a far lievitare il centrodestra nei sondaggi («qualcuno diceva che erano “thailandesi”, si sono dimostrati gli unici credibili»). Ragion per cui il leader dell’opposzione si dice «ottimista» sia sulle imminenti amministrative (speranze puntate soprattutto sul comune di Napoli) sia sul referendum confermativo della riforma federale che si terrà il 25 giugno. Ed è più che mai deciso a «non mollare» perché, spiega, «l’imperativo categorico che tutti mi rivolgono è quello di non cedere». Con un timore che nasce dalla contestazione di venerdì a Napoli: «L’odio che trovo da parte di questi signori della sinistra è incredibile. Noi non ci sogneremmo mai di insultare a quel modo. Per la prima volta ho qualche timore perché qualche esaltato si può sempre trovare».
Opposizione dura. La strada, dunque, è quella di un’opposizione senza sconti (uniche aperture sull’amnistia e su eventuali modifiche alla legge Biagi). Che Berlusconi argomenta con fermezza ma senza mai trascendere. Così, ribadisce di non aver gradito la scelta dei senatori a vita di votare «in blocco» la fiducia al governo Prodi («stupito da Ciampi, ancor di più da Andreotti») ma si dice «dispiaciuto» di aver definito il loro comportamento «immorale». «Intendevo dire - spiega - “deontologicamente poco comprensibile e corretto”». E sui fischi a Palazzo Madama è netto: «Spero che non ci siano altre occasioni in cui si manifesti questo fenomeno poco istituzionale». Insomma, l’opposizione sarà «serie e rigorosa» ma «non urlata». A partire dalla politica estera perché «un governo che non ha una politica estera unitaria non è degno di essere tale» e quindi «bisogna tornare al voto». «Non aggiungeremo più voti - dice - a quella parte della maggioranza che avesse bisogno del nostro aiuto come accaduto per il Kosovo durante il governo D’Alema». Un messaggio chiaro all’Unione, visto che entro fine giugno il Parlamento dovrà votare i decreti di rifinanziamento delle missioni in Irak e Afghanistan. Un’opposizione, però, che il Cavaliere annuncia «ferma» su tutti i fronti perché, spiega mostrando una a una alla telecamera varie stampate dei giornali di ieri, «guardate come la sinistra vuole smontare tutte le nostre riforme». La Casa delle libertà, insomma, è «pronta alla paralisi» del Senato dove «chiederemo sempre la verifica del numero legale». Poi, seppur con una certa eleganza, Berlusconi chiude all’ipotesi che a Gianfranco Fini possa andare la presidenza della commissione Esteri perché sarebbe «un fatto personalmente poco dignitoso» per chi è stato «ministro degli Esteri». Insomma, nessun dialogo sulle presidenze.
La «querelle» con Marini. Il leader di Forza Italia torna sul riconteggio dei voti («la democrazia lo esige»). E annuncia: qualora il risultato fosse ribaltato dalle Giunte per le elezioni e il capo dello Stato non sciogliesse le Camere, siamo pronti al «ritiro di tutti i deputati e senatori dal Parlamento». Poi polemizza con «il blitz del presidente del Senato che ha assegnato alla Giunta per le elezioni 13 senatori alla sinistra e 10 al centrodestra» mentre a Palazzo Madama «non è questa la proporzione tra i due schieramenti». Alla replica del portavoce di Franco Marini che Bruno Vespa legge in studio («nessun blitz» perché i componenti sono «designati dai gruppi parlamentari» e «nessun potere è attribuito al presidente»), l’ex premier risponde chiamando in causa Repubblica. «Se la prenda con loro - dice - perché io ho citato il titolo di questo quotidiano». E aggiunge: «Marini avrebbe potuto esercitare una moral suasion nei confronti del presidente del Gruppo misto dicendogli che non poteva indicare due senatori della sinistra».
La riforma federale. Nel dare uno sguardo all’appuntamento del 25 giugno, il Cavaliere lascia intendere che sarà impostato come una sorta di referendum su Romano Prodi. «Il risultato - dice - sarà la cartina di tornasole per verificare qual è la vera maggioranza nel Paese». Berlusconi è convinto di vincere, ma in caso contrario «la sinistra avrà forti ragioni per sentirsi maggioranza». Nessun problema con la Lega, aggiunge, perché in caso di sconfitta «non credo che rivendicherebbe mani libere». «Ormai - dice - è chiaro che tutta la Casa delle libertà è schierata a sostegno della riforma. Ci sarà anche un Comitato per il “sì” composto da tutti i leader». Uno sguardo anche al partito unico dei moderati, un percorso già concordato con gli alleati e che potrebbe passare per una «federazione». Con una certezza: «Silvio Berlusconi ha il 100% delle probabilità di essere lui ad assumere la guida di questo partito».