Berlusconi: "Voterò sì al referendum"

Berlusconi: "Perché dovrei rinunciare a un vantaggio che altri ci
regalano?". "Capisco la contrarietà della Lega, nei loro panni non
sarei contento". "La Costituzione si può innovare anche senza l’accordo
con l’opposizione"

Varsavia - È sera quando Silvio Berlusconi rientra in albergo dopo la cena al Castello reale con il primo ministro polacco Tusk, suggello di una giornata dedicata alla politica estera nella quale il Cavaliere decide di vestire i panni di ambasciatore dell'Europa verso l'Est. E intercettato dai cronisti nella hall dello Hyatt non si sottrae alle questioni di politica interna, dal referendum elettorale alle liste delle europee.

È proprio sulla consultazione referendaria in programma il 21 giugno che le parole del premier sono destinate a far rumore e soprattutto ad agitare le acque all'interno della maggioranza. Perché interpellato sull'argomento Berlusconi non si tira indietro e - seguendo l'approccio avuto nel suo discorso in occasione del 25 Aprile - preferisce non lasciare spazio a fraintendimenti: «Cosa voterò? Sì, certo. La risposta è ovvia». Insomma, visto che «il referendum dà un premio di maggioranza al partito più forte vi sembra che io possa votare no?». D'altra parte, «non si può pensare di essere masochisti». Già, perché il quesito tanto inviso alla Lega non fa altro che favorire se non il bipartitismo il bipolarismo, attribuendo il premio di maggioranza alla lista (e non alla coalizione) che prende più voti. E certo, aggiunge, il Cavaliere «non puoi domandare all'avvantaggiato di votare no». Che la Lega non gradirà affatto le sue parole Berlusconi lo sa bene: «E ci credo, se io fossi nei loro panni non sarei contento».

Non solo Bossi, ma anche Franceschini non sarà soddisfatto della risposta all'invito del segretario del Pd a non cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza. Una «innovazione», la definisce il Cavaliere perché «la Carta indica come deve essere cambiata, quali maggioranze debbano esserci e le formule dei voti successivi in Parlamento». Insomma, «tutto è previsto». Eppoi, aggiunge ricordando quando il centrosinistra modificò il Titolo V con solo quattro voti di maggioranza, «non c'è un solo articolo nella Costituzione che dice che è necessario il concorso dell'opposizione».
Berlusconi parla anche delle candidature alle Europee e definisce «deludente» la polemica che si è fatta sui giornali. Ammette di essere un «supporter» della giovane Lara Comi, laurea alla Bocconi e un lungo passato in Forza Italia, ma assicura che «i nomi che ho letto sono quasi tutti inventati». Eppoi, aggiunge, «polemizzare per il semplice motivo che hanno un aspetto gradevole quando poi si chiede sempre che il 50% dei candidati siano donne è davvero di una delusione totale». Comunque, «aspettate le liste» perché «è escluso» che siano candidate persone che «non siano già state attive in Forza Italia e An».

Prima di infilare l'ascensore Berlusconi torna sul bilaterale Italia-Polonia e spiega di vedere «vicinissimo» l'accordo sulle nomine europee, compresa quella di Mario Mauro alla presidenza del Parlamento Ue. Un vertice, quello con Tusk, al quale il premier si presenta vestendo i panni del pacificatore europeo verso l'Est, lasciando un po' spiazzato chi ha sempre e solo guardato alla politica estera del Cavaliere attraverso la lente del suo rapporto privilegiato con Bush. Non è un caso che in conferenza stampa Berlusconi scelga di citare la vicenda turca. Per ricordare come «15 anni fa era un Paese a cui tutti guardavano con diffidenza» e sottolineare quanto «il confronto» e il fatto di non aver chiuso la porta alle «aspirazioni europee» di Ankara abbia contribuito a «molte riforme» in Turchia.

È questa, dunque, la ragione del faccia a faccia di lunedì sera a Roma con il presidente della Bielorussa Lukashenko, deciso dopo 14 anni di isolazionismo rispetto all'Ue a liberarsi dell'etichetta di «ultimo dittatore d'Europa». «Ritengo - spiega il premier - ci si debba sempre confrontare e credo sia arrivato il momento di stimolare la Bielorussia affinché raggiunga uno standard democratico europeo».