Berlusconi vuole il pugno di ferro: "Punire senza remore i violenti"

Il premier ai suoi: "Clima da guerra civile alimentato anche
dall’opposizione". E dopo la fiducia alla Camera denuncia: "Abbiamo
sventato un golpe burocratico"

Roma - «Gli incredibili livelli di violenza raggiunti da un nutrito gruppo di facinorosi nella manifestazione di Roma rappresentano un segnale molto preoccupante per la convivenza civile e devono essere condannati da tutti senza remore. I violenti vanno individuati e puniti». Senza mezze misure e senza troppi giri di parole, Silvio Berlusconi punta il dito sugli scontri che hanno messo a ferro e fuoco il centro della capitale. Lo fa a sera - tirate le somme della giornata di guerriglia urbana dopo un lungo consulto con il Viminale - e senza alcuna attenuante.
Certo, come tutti il premier è ben consapevole che la quasi totalità di coloro che hanno sfilato per le strade di Roma avevano intenti pacifici, ma è pure convinto che la via peggiore da prendere sia quella di minimizzare l’accaduto in nome delle buone intenzioni dei più. D’altra parte, alla fine quel che conta è il risultato e non come ci si arriva. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sbagliato, quindi, che in un momento tanto delicato ci sia chi professa la dottrina del condannare le violenze come se fossero qualcosa di completamente avulso dal clima di durissima - per quanto pacifica - contestazione contro il governo o da un confronto tra maggioranza e opposizione che ormai da mesi ha superato tutti i livelli di guardia ed è senza esclusione di colpi. Al punto che ieri una senatrice del Fli attribuiva proprio al Cavaliere la responsabilità degli scontri perché - ha detto pubblicamente Barbara Contini - se il premier «avesse lasciato» Palazzo Chigi ieri «il caos» della capitale «non si sarebbe verificato».
Ed è questo il punto secondo Berlusconi. Che non a caso parla sì di «un nutrito gruppo di facinorosi» ma chiede anche che «tutti» condannino «senza remore» le violenze. Insomma, confidava ieri pomeriggio nel corso di alcune telefonate, è arrivato il momento che ognuno si assuma le sue responsabilità: il governo quella della gestione - giusta o sbagliata che sia - della crisi, le opposizioni quella di aver radicalizzato lo scontro politico fino al punto di creare un clima da vera e propria guerra civile. Cosa si aspettavano - insiste con i suoi - dopo anni che mi descrivono come il tiranno da abbattere?
E non è un caso che, poco prima che a Roma si scatenasse l’inferno, in un’intervista telefonica a Studio Aperto Berlusconi abbia avuto parole critiche proprio per l’atteggiamento tenuto dall’opposizione durante il voto di fiducia. Stigmatizzando il tentativo di «un golpe burocratico» e la «farsa dell’Aventino» (con lapsus sulla data di quello «tragico» del 1924) che dimostrano quanto non siano «interlocutori credibili». Di più. Perché, insiste il presidente del Consiglio, cercando di far mancare il numero legale durante il voto di fiducia «hanno messo in atto i trucchi del più bieco parlamentarismo» e «si sono esposti a una gran brutta figura davanti a tutti gli italiani». Li cita uno a uno il Cavaliere, da Pier Ferdinando Casini a Gianfranco Fini passando per Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro. «Hanno dato - insiste - un’immagine grottesca del Paese». E a stretto giro è Angelino Alfano a tradurre in politica le parole del premier. «Non esistono - dice - le condizioni di un allargamento politico della maggioranza». D’altra parte, Berlusconi resta convinto che l’opposizione sia «allo sbando» e che «avrà bisogno di molto tempo» per riguadagnare «credibilità» nel Paese. Impossibile, dunque, aprire un canale di dialogo con chi «demonizza» l’avversario e «sfregia» l’immagine dell’Italia. Quel tipo di approccio, è la convinzione intima del Cavaliere, che non fa altro che alimentare quel clima che ieri ha portato agli scontri di Roma.