Berlusconi vuole la verità sul tesoro di Consorte

Gianni Pennacchi

da Roma

«Ora aspettiamo la verità su quei 50 milioni», ha buttato lì Silvio Berlusconi. Buttato lì... In verità parlava guardando costantemente gli appunti che aveva preparato, e non c’era il minimo dubbio che «quei 50 milioni» - di euro beninteso, 100 miliardi di vecchie e indimenticabili lire - sui quali auspica la verità son quelli che Giovanni Consorte, il big dell’Unipol sotto schiaffo, ha ricevuto dalla Hopa di Emilio Gnutti quale compenso - dice lui - per tre anni di consulenza sull’affaire Telecom. Massimo D’Alema ha annunciato querela contro il Foglio che avanza l’ipotesi di un fluire nelle casse della Quercia di gran parte di quei 50 milioni, e Consorte continua a sostenere invece che quei soldi sono suoi e in suo possesso, in un conto svizzero. Segno, alla meglio, che i banchieri rossi non son poi così diversi da quelli bianchi o neri. Per i magistrati che indagano però, si tratterebbe in ogni caso di una plusvalenza sospetta.
E il premier ridacchia, sicuro e tranquillo: «Man mano che passano i giorni arrivano le conferme, una per una, che tutto quello che negavano all’inizio i Ds, era invece vero, con buona pace di quella pretesa e sbandierata diversità che evidentemente non è mai esistita e non esiste. Chi diceva il falso non ero io. E adesso aspettiamo che si risalga ai 50 milioni e a tutto il resto».
Lo aveva detto no, che il caso Unipol «non è chiuso», e che avrebbe martellato «colpo su colpo»? Eccolo dunque pimpante e riposato, abbigliamento casual e in procinto di tornare finalmente a casa, quella vera al Nord, che di buon mattino domenicale invita al caldo la pattuglia dei cronisti dannati al bivacco h24 sul marciapiede di Palazzo Grazioli. Li fa accomodare in una saletta al pianterreno della sua residenza romana, siede anch’egli sorridente e s’accinge ad esternare, insolitamente seguendo dei foglietti scritti a mano, che tiene in grembo. E giù, un’altra gragnola contro la sinistra, confermando così che sarà questo il piatto forte e costante della sua campagna elettorale, nella certezza ormai implicita seppur sottaciuta che quintali di carte e intercettazioni più o meno penalmente rilevanti, ma di certo politicamente pesanti, non vedon l’ora di veder la luce.
Vai dunque. Col nemico non si tratta, il Cavaliere è alla carica di Balaclava: «Ieri sera (sabato, dopo la conferenza stampa del premier) Fassino, in questa Rai di regime okkupata dallo straripante Berlusconi - e ride sardonico - ha parlato ancora senza contraddittorio, come già avevano fatto Scalfari e Veltroni sabato e domenica scorsi. E a proposito dello scandalo Unipol ha parlato di un semplice pranzo e di un solo colloquio telefonico», col presidente delle Generali, ovviamente. «A me pareva invece che ci fossero molte, molte telefonate», ha buttato lì quasi avvertendo il segretario della Quercia a non peccare di omissioni delle quali potrebbe pentirsi. Segretario che nella stessa trasmissione di Fazio - non l’ex governatore, ovviamente - ha deprecato il «clima con cui non si potrebbe andare avanti». E giù, un’altra stoccata: «A parte le varie, chiamiamole così, inesattezze, si vede che Fassino non legge da alcuni anni l’Unità, che è il suo giornale. Si vede che non gli sono mai capitate sotto gli occhi le agenzie con le dichiarazioni sul mio conto dei suoi parlamentari. Si vede che non ricorda neppure tutti gli insulti e le offese che mi ha rivolto lui in tutti questi anni».
C’è però un aspetto che non convince giornalisti ed osservatori: quel suo passaggio in Procura per un caso che è squisitamente politico e di incertissima rilevanza penale, che cozza contro il garantismo e ha gelato anche gli alleati. Ma il premier è convinto di aver compiuto il passo giusto: «Io ho sempre detto la verità, e se ho dovuto informare i magistrati, come del resto mi era stato chiesto in maniera pressante, è stato solo per stroncare il tentativo della sinistra di accusarmi di aver detto il falso. Se non lo avessi fatto, avrebbero continuato a dire che io avevo mentito. Ed è invece evidente ormai, che quello che diceva il falso non ero io».
Preparatevi dunque, pare che questa campagna stia galvanizzando l’elettorato azzurro, dunque Berlusconi avanza incurante dei dubbi e delle ubbie degli alleati. Attento ad ogni passaggio televisivo e ad ogni titolo di giornale, prima di partire per la mezza domenica di riposo il premier trova anche tempo per tacitare l’anticipazione di un quotidiano: «C’è una notizia che devo smentire: l’ipotesi di una staffetta alla guida del governo tra me e il dottor Gianni Letta. Non è realistica per molti motivi, primo fra tutti la non disponibilità del dottor Letta. Sapete quanto lo stimo e quanto gli voglio bene, ma questa ipotesi è irrealistica».