BERNABEI TIENE BANCO A «IL MIO NOVECENTO»

Per capire la televisione di oggi si deve forse studiare quella di ieri. E chi meglio di Ettore Bernabei, mitizzato direttore generale della Rai dal 1960 al 1975, può raccontercela e almeno in parte spiegarla? Deve essere stata questa la molla che ha spinto i curatori di Il mio Novecento (martedì su Raitre, ore 23,45) a intervistare Ettore Bernabei e a «sbobinare» il ricco materiale in più puntate. Il personaggio lo merita, tiene bene il campo come si direbbe in gergo calcistico, è la memoria storica della migliore televisione che abbiamo avuto ed è una miniera di aneddoti snocciolati con compiaciuta e malcelata soddisfazione, quella di uno scafato uomo di potere che tiene ancora banco dopo averlo consumato a lungo e con gusto. L'intervista trasmessa è di quelle da travasare in un dvd e far vedere a chi studia comunicazione. Tutto merito dell'intervistato, perché riguardo alle domande (che non appaiono nel montato) si sarebbe invece sentito il bisogno di intervistatori un po' meno acquiescenti, che costringessero Bernabei a guardarsi con meno simpatia e benevolenza, come facciamo tutti ma come si deve il più possibile impedire in un incontro giornalistico. Tante in ogni caso le curiosità emerse dal monologo bernabeiano, le confidenze in parte già dette e in parte inedite, le chicche elargite con divertita parsimonia. Quella volta che censurò Dario Fo («il suo sketch non faceva ridere, e cadeva in un momento di grande tensione dopo lo sciopero degli edili. Persino i comunisti furono d'accordo con me e mi dissero: “Per carità! Uno sketch del genere in un momento come questo!”»). Quella volta che mise la calzamaglia alle Kessler («Era giusto così. Del resto oggi le veline seminude fanno credere al pubblico che la loro possa essere carne da addentare, ma sono pochissimi quelli che poi ci riescono»). Quella volta che Fanfani, dopo averlo scelto come direttore generale della Rai, gli scrisse una lettera di auguri dallo stile aulico ma dal contenuto programmatico assai impegnativo («In pratica mi chiedeva di fare una televisione che rendesse migliori gli italiani»). C'è anche spazio per un giudizio netto sull'inevitabilità della tivù pedagogica: «La tivù è sempre pedagogica, perché propone di continuo modelli di comportamento», e per una interessante confessione su come le fiction (un tempo si chiamavano sceneggiati) possono servire da veicolo etico-politico («Io ero contrario al divorzio, ma non volli piegare la televisione che dirigevo a questa convinzione. Ricordo però che ci prendemmo una specie di rivincita valorizzando il ruolo di Penelope nell'Odissea». Ad ogni capitolo di ricordi che Bernabei sfogliava, si aveva la sensazione che se ne potessero aprire, sullo stesso argomento, almeno altri cento.