Bernanke e Citigroup affondano le Borse

La Fed prevede prezzi delle case ancora in calo. Merrill Lynch sicura: Citi dovrà svalutare per altri 15 miliardi. Europa in rosso (- 1,54% Milano), male Wall Street

da Milano

Più che il salvatore del capitalismo, Ben Bernanke sta diventando l’incubo dei mercati finanziari. Da qualche giorno, il presidente della Federal Reserve dice ciò che le Borse non vorrebbero sentire: dall’avviso, la scorsa settimana, che alcune banche falliranno, fino alle parole con cui ieri ha spiegato di mettere in conto «un’ulteriore discesa dei prezzi delle case» e invitato gli istituti di credito a procedere «a nuove svalutazioni sui mutui», anche per «aiutare i debitori» ed evitare di allungare la lunga catena di pignoramenti.
Le ultime esternazioni dell’ex professore di Princeton non sono piaciute a Wall Street, dove sul Dow Jones (meno 0,37%) e sul Nasdaq (quasi invariato: più 0,07%) hanno finito per pesare anche le stime di Merrill Lynch relative al calo di utili e alle svalutazioni per 15 miliardi di dollari che Citigroup dovrebbe accusare nel primo trimestre; al resto ha provveduto il deludente outlook di un colosso come Intel. L’Europa, già male intonata durante la mattina, ha così accentuato nel pomeriggio le perdite, comprese a fine seduta tra lo 0,87% di Londra e il 2,17% di Francoforte, con Milano arretrata dell’1,54%. I listini del Vecchio continente sono ora ai minimi da sei settimane: uno scivolamento che riflette non solo i timori di recessione negli Stati Uniti, ma anche la debolezza del ciclo economico europeo, peraltro poco brillante nel quarto trimestre 2007, come certificato ieri da Eurostat. L’eurozona è cresciuta infatti dello 0,4% tra ottobre e dicembre e del 2,6% nell’intero 2007.
Gli investitori guardano inoltre con preoccupazione al probabile mantenimento dello status quo da parte della Bce, che giovedì prossimo dovrebbe lasciare invariati i tassi al 4%. L’immobilismo del presidente Trichet, alle prese con un’inflazione al 3%, è destinato a mettere altra benzina nel motore dell’euro, rimasto ieri a ridosso del record assoluto (1,5249 dollari contro gli 1,5275 toccati lunedì scorso), la cui forza è fonte di crescente inquietudine da parte dei ministri finanziari europei. «Dopo le parole, i fatti»: è questo ciò che l’Ecofin ha chiesto ieri agli Stati Uniti. Washington, finora, ha solo ribadito un generico interesse nei confronti del dollaro forte, dando tuttavia l’impressione di assecondare - se non proprio di orchestrare - la svalutazione del biglietto verde.
I ministri economici Ue hanno per ora scartato l’idea di un intervento coordinato delle banche centrali, sulla falsariga di quanto venne fatto nel 2000, mentre il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha evitato di prender posizione su quale sia un rapporto di cambio tollerabile tra euro e dollaro («non sarebbe saggio offrire un target ai mercati finanziari», ha spiegato).
Ma il nodo valutario è grosso, e rischia tra l’altro di ingarbugliarsi ancor di più il prossimo 18 marzo, quando Bernanke deciderà di tagliare ancora il costo del denaro, verosimilmente di mezzo punto. È quanto ha fatto ieri la Bank of Canada, che solitamente fa da «apripista» alla Fed. I mercati, comunque, continuano a ipotizzare un allentamento dello 0,75% che porterebbe i tassi al 2,25%, ma contribuirebbe ad aumentare il livello di allarme sullo stato di salute della locomotiva Usa, per alcuni già in recessione (da Greenspan a Buffett), per altri a un passo dalla stagflazione.