Bernanke mette paura a Wall Street

da Milano

Alla faticosa ricerca di un punto di equilibrio, Wall Street inciampa nelle parole pronunciate ieri dal presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, sullo stato di salute di un’economia già scossa dal virus sub prime, dalla pessima situazione del mercato immobiliare e resa ancor più vulnerabile dal petrolio a causa del deprezzamento del dollaro.
Scivola così il Dow Jones (meno 0,25%), cade il Nasdaq, giunto a cedere nel corso della seduta oltre il 3%, una perdita solo in parte riassorbita nel finale (meno 1,9%), a dimostrazione del peso avuto anche dalle dichiarazioni rese mercoledì a Borsa chiusa da John Chambers, ad di Cisco (in calo di oltre l’8%), sull’estensione della crisi del credito al settore tecnologico. Ma è stato soprattutto Bernanke a spaventare gli investitori, proprio lui che li aveva confortati con una doppia manovra sui tassi tra settembre e ottobre; proprio lui che aveva offerto una duplice stampella per sorreggere un’economia già zoppicante.
Accusato di non possedere le doti da grande comunicatore del suo illustre predecessore, Alan Greenspan, l’ex professore di Princeton è stato ieri chiarissimo, quasi brutale, davanti al Congresso. Senza giri di parole, ha detto che l’America «è attesa a un forte rallentamento nel quarto trimestre» dopo l’ancora sorprendente espansione del 3,9% messa a segno tra luglio e settembre. Dimenticatevela, è sembrato dire Bernanke, che prefigura uno scenario non proprio esaltante fino a metà del 2008, caratterizzato da una debolezza congiunturale figlia anche di quella crisi immobiliare che «probabilmente si intensificherà», portando con sé perdite per 150 miliardi di dollari nel settore dei mutui sub prime e lascerà in eredità una catena di insolvenze, i cui anelli sono destinati ad allungarsi a causa dei «circa 450mila prestiti che avranno rate rinegoziate al rialzo a fine 2008». I problemi del mercato immobiliare dovrebbero appianarsi non prima del secondo trimestre dell’anno prossimo, e l’unica nota positiva è data dalla ricaduta non allarmante sui consumi privati derivante dal calo dei prezzi delle case. Ciò che invece inquieta la Fed sono le persistenti spinte al rialzo dell’inflazione su cui le quotazioni del petrolio, a un passo dai 100 dollari, agiscono da moltiplicatore.
Tanto più che il contestuale deprezzamento del dollaro (cui spetta ancora il ruolo «di valuta dominante», ha detto Bernanke) rappresenta «un altro rischio sull’inflazione». Il responsabile dell’istituto di Washington sa tuttavia quanto la svalutazione del biglietto Usa abbia concorso, attraverso il robusto aumento delle esportazioni, a mantenere l’economia lontana dalla palude della recessione. Un rischio che l’America non corre, ha spiegato Bernanke, che non considera possibile un ritorno alla stagflazione (stagnazione accompagnata da alta inflazione) degli anni ’70.
Un po’ poco, comunque, per rassicurare Wall Street, che resta aggrappata all’ipotesi di un ulteriore taglio dei tassi nella riunione di dicembre. Per le Borse europee si annuncia oggi un’altra giornata di passione dopo la seduta nervosa di ieri, costata a Piazza Affari un ribasso dell’1,87 per cento.