Bernardini: "Buttano i soldi e gli uffici sono vuoti"

La deputata radicale rivela: "Per avere gli atti ho dovuto fare lo sciopero della fame"

Pier Francesco Borgia - Gian Marco Chiocci

«A Palazzo Marini? Ci sono stata un paio di volte. Sì, lì avrei un ufficio a disposizione. Mi trovo meglio però al partito perché almeno lì non soffro di solitudine».

A parlare non è un peone qualsiasi. Bensì Rita Bernardini la radicale che, insieme con Amedeo Laboccetta (Pdl), per prima ha sollevato il problema del caro affitti che pesa sulle casse di Montecitorio. Un impegno economico salato (46 milioni di euro solo quest’anno) per trovare un adeguato ufficio a tutti i parlamentari.

Per arrivare a ottenere i documenti relativi ai contratti con le società che forniscono servizi alla Camera dei deputati la Bernardini ha iniziato ben due volte lo sciopero della fame. Strumento di lotta politica congeniale ai radicali.

Grazie allo sciopero della fame è riuscita a piegare la resistenza del Palazzo.
«La prima volta l’ho terminato il 2 febbraio scorso quando grazie a una lettera del presidente Fini sono riuscita a farmi dare dal Segretariato generale i primi documenti».

Un gesto di apertura da parte dell’istituzione.
«Mica vero. Se non tiravamo fuori il codicillo del Regolamento amministrativo della Camera dei deputati, non credo che il presidente Fini ci avrebbe dato l’ok».

Come si dice, obtorto collo...
«Le regole sono regole e vanno rispettate e fatte rispettare. Anche se intorno a noi Radicali non abbiamo constatato un clima di aperta adesione alla battaglia per la trasparenza».

Perché c’è stato bisogno di un secondo sciopero della fame a giugno?
«In verità l’ho solo annunciato. La minaccia però è servita a ottenere anche i documenti relativi ai contratti dettagliati con la Milano 90 per gli affitti e per la ristorazione».

Perché tanta attenzione sugli uffici di Palazzo Marini?
«Innanzitutto perché sono poco o punto utilizzati dai parlamentari. E poi perché oggettivamente gli affitti sono esosi. Per non parlare del ruolo degli addetti della Milano 90 che affiancano gli assistenti parlamentari nel loro lavoro».

Intanto avete vinto una prima battaglia. Siete riusciti a far votare dall’aula la rescissione del primo contratto con Scarpellini.
«Una vittoria di Pirro. La rescissione anticipa soltanto di un paio d’anni la scadenza naturale del contratto. Il risparmio sarà poca cosa. È però un primo passo. Direi una questione di principio. Prima ci dicono che i deputati hanno diritto ad avere tutti i documenti che riguardano l’amministrazione della Camera. Poi però siamo costretti a ricorrere a forme di protesta come lo sciopero della fame per difendere questo diritto. La rescissione del “Marini 1” e la consegna dei contratti con i fornitori di Montecitorio sono i primi passi. Speriamo non gli unici».

Ritiene manchi trasparenza nella gestione dell’amministrazione di Montecitorio?
«Mi sono accorta fino dal primo giorno da deputata che dentro Montecitorio la consuetudine è molto più efficace del rispetto delle più elementari regole di imparzialità. Un esempio? Quando ti sottoponi alle fotografie di rito per i documenti identificativi da parlamentare vieni avvicinato dai funzionari della Banca di Napoli, che vanta l’unico sportello che opera dentro Montecitorio».

Che male c’è a fare pubblicità al proprio istituto di credito?
«Nessuno. Però è l’unico sportello. Quindi niente confronti, niente mercato. Niente gare. Almeno fino a quest’anno. Non è una cosa di poco conto. L’istituto gestisce non solo i soldi dei parlamentari. Ma anche quelli di chi alla Camera ci lavora, giornalisti compresi. Per non parlare degli ex onorevoli con le loro pensioni. E senza trascurare il fatto che da lì passano anche i fondi per finanziare il lavoro dei gruppi parlamentari. Non è una cifra di poco conto».