Bernardino, l’antimoderno del ’500

Contemporaneamente alla riscoperta della scultura lignea, le Marche offrono al pubblico anche la propria pittura, la cui bellezza ed importanza è già stata messa in luce da due indimenticabili mostre: nel 1999 da «Lorenzo e Jacopo Salimbeni e la civiltà tardogotica», nel 2001 da «I pittori del Rinascimento a San Severino. Lorenzo d’Alessandro e Ludovico Urbani». E oggi da «Bernardino di Mariotto, Luca Signorelli, Pinturicchio» (San Severino Marche, Palazzo Servanzi Confidati, sino al 31 agosto, catalogo Federico Motta Editore). Curata da Vittorio Sgarbi, la rassegna raccoglie opere affascinanti di vari artisti, ma focalizza l’attenzione su Bernardino di Mariotto, un pittore che, curiosamente, attrae per il suo arcaismo, e non per la sua modernità. Mentre Raffaello elabora Madonne d’avanguardia, Bernardino, documentato dal 1502 al 1521, resta ostinatamente legato a impostazioni quattrocentesche. Madonne col Bambino, dipinte con linee taglienti e sottili, impreziosite da oro e ricami, drammatiche Deposizioni, dal sapore medioevale, estrose favole tardogotiche in pieno Rinascimento. A questo pittore, a suo modo spregiudicato, è dedicato anche un libro, Bernardino di Mariotto da Perugia. Il ventennio sanseverinate (1502-1521) di Raul Paciaroni, edito dallo stesso Motta Editore, che ripercorre gli studi e le scoperte sull’artista.
Pietro Alamanno era invece un pittore di origini austriache, trasferitosi giovanissimo ad Ascoli Piceno, dove è documentato dal 25 febbraio 1477 al 1498. Chi non l’avesse mai sentito nominare troverà tutto in una bella monografia, curata da Stefano Papetti e Sandra Di Provvido, edita ancora da Motta, che oltre a presentare tutte le tavole dipinte da Pietro Alamanno, pubblica una serie di documenti ritrovati nell’Archivio Notarile di Ascoli Piceno. Allievo e collaboratore di Carlo Crivelli, questo ottimo pittore, nato a Gottweich, ne attenua le asprezze attraverso forme più dolci. La pittura marchigiana del Quattrocento, intrisa di motivi toscani, fiamminghi, lombardi, ha un feeling particolare con Venezia. Fondamentale il contributo alle Marche del veneziano Carlo Crivelli che, formato in patria, attivo in Dalmazia col fratello Vittore dal 1465 al 1476, è costretto a scappare da Zara per aver segregato a casa propria la moglie di un marinaio della Serenissima. Riparato a Fermo, incanta tutti con i suoi meravigliosi polittici splendenti d’oro. Alla complessa trama di scambi fra la città lagunare e la terra marchigiana è dedicata la rassegna «L’Aquila e il Leone. L’arte veneta a Fermo, Sant’Elpidio a mare e nel Fermano» in corso al Palazzo dei Priori di Fermo (sino al 17 settembre, catalogo Marsilio).